92

In tanti mi avete chiesto notizie e curiosità sulla radio che ho fondato nel 1976 a Milano.
D’accordo, allora vi racconto un po’:

Storia di RVB (Radio Villa Briantea – FM 91.900)

Lettore(qui puoi leggere i commenti o lasciarne uno tuo)

 

Podcast_piccola(qui puoi ascoltare “come eravamo”)
La versione cartacea di “92” è in vendita qui.

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Prima puntata – (L’idea):

…erano i primi anni ’70 e nei cinema passavano “American Graffiti”. Io con un gruppo di amici selezionati lo avremo visto una decina di volte o più. In quel film c’è un personaggio “Lupo solitario” che è un DJ di una radio privata americana…
…un giorno Maurizio B. arriva da noi e dice:
«Uè, ma perché non la facciamo anche noi una radio?» Era il 1974. Noi lo guardammo come se ci avesse parlato in un idioma sconosciuto, alieno… sì, alieno, marziano!
Dopo qualche tempo fece scalpore la prima trasmissione di Radio Milano International. Ovviamente Maurizio B. tornò alla carica ma, in quei tempi le radio erano ancora come dire… illegali. Radio pirata.
Facemmo notare questa particolarità ma lui non si scompose minimamente:
«Celeremo ogni cosa. Gli studi li facciamo qui a casa mia. Il trasmettitore lo costruisco io e l’antenna la nasconderò in una pianta… una yucca dovrebbe andare bene.»
Le cose andarono poi diversamente ma di quell’idea e di come nacque ci resta la battuta memorabile dell’antenna nascosta nella yucca.

Nei primi mesi del 1976 costituimmo il gruppo che avrebbe dato vita alla radio, la nostra, che è bene specificarlo ulteriormente, sarebbe nata in un limbo d’illegalità. Tutto si sarebbe retto su una tolleranza più o meno concessa. Nulla ci fece desistere. Nemmeno le notizie che di tanto in tanto riportavano di qualche stazione che, già operante, succedeva venisse chiusa, sequestrata e poco dopo riaperta per merito di qualche avvocato sognatore. In sostanza quelli erano i tempi dei 45 giri, delle dediche e dei carabinieri.

Nei primi giorni di un caldo giugno del 1976 abbiamo tappezzato la nostra zona (Precotto) con cartelloni fatti a mano su cui compariva un curioso numero con un font simile a quello delle magliette dei giocatori di football americano. Quel numero era:
92

Curiosità:
quello era il periodo d’elezioni politiche, pertanto noi, sprovveduti dell’affissione abusiva, non sapendo come incollare i nostri manifesti abbiamo chiesto ad alcuni attivisti politici (che nelle ore notturne popolavano, indaffarati e circospetti, le vicinanze dei muri della città) qual era il prodotto utilizzato da loro, scoprendo così che si trattava di farina e acqua.

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Seconda puntata – (La nascita):

Il gruppo che costituì la radio era composto da sei persone: Tony Z., Edmondo P., Maurizio e Franco C., Fabrizio e Cristiano DL. Alcune di queste figure avevano, chissà come, saputo dell’idea: il fondare una radio in zona Precotto era diventata notizia e perciò si erano unite a quelli che l’avevano pensata e sognata inizialmente. Maurizio e Franco C. per esempio provenivano da una radio all’epoca molto famosa, Radio Uno Lombardia (R1L).
La sede legale della radio fu posta nell’abitazione di Edmondo P., che all’epoca viveva in via Martin Lutero, 7.
Se ricordo bene, fu Tony Z. che fece costruire un trasmettitore da un suo conoscente, il nostro primo trasmettitore FM. Potenza 10 Watt, frequenza di trasmissione 91.900 Mhz (nel materiale propagandistico però i “megacicli” spesso venivano arrotondati a 92 Mhz) ) La frequenza di 91.9 fu scelta perché prima di tutto nella nostra zona risultava libera e poi perché era quasi all’inizio della scala FM e si pensava che i radioascoltatori scandagliassero con più facilità quella zona della banda. Non ricordo che tipo di antenna fu la prima montata sul tetto del palazzo di nove piani (dove rimase piantata, se pur con le ovvie migliorie tecniche, per tutta la vita della radio), né la marca del mixer che però sono certo disponeva di cinque canali. Acquistammo due giradischi Lemco, un registratore a cassette Audiola e un microfono. Ognuno di noi saccheggiò casa propria, portando via i dischi di cui disponeva e lasciando così il proprio “stereo” orfano e inutile. Sulle copertine dei dischi avevamo aggiunto i nomi dei legittimi proprietari. Tutto era pronto.
La notte prima del grande giorno, il nostro D-Day, tornammo presso i muri su cui avevamo incollato i manifesti con la cifra 92 e vi attaccammo sopra un’altro manifesto con la scritta: FM. Ecco completata la fase misteriosa e incuriosente della faccenda: FM 92.
In una bella giornata soleggiata di giugno del 1976, verso le ore 17, fu acceso il trasmettitore.
Radio Villa Briantea era nata!

Curiosità:
il nome scelto per la radio fu “Radio Villa Briantea”. Perché? Beh, ricordate Maurizio B., quello della yucca? Bene, lui viveva in una avveniristica e moderna zona di Precotto, un condominio con campo da tennis, piscina e altre amenità e lì, per mezzo di un amico, Mario P., e che all’epoca era il portiere di uno dei palazzi del condominio siamo riusciti a ottenere dall’impresa costruttrice un localino posto al nono piano, in pratica sul tetto, del palazzo gestito da lui. Questo localino, un metro e mezzo per tre in cui vi erano gli sfiati dell’impianto di riscaldamento, per diversi mesi fu il nostro studio di trasmissione. L’impresa non volle affitti. Unica imposizione, chiamare la radio come il condominio, perciò radio “Villa Briantea”.
Altra curiosità:
nel nostro primo adesivo compare un cane e il motto ” un boom di simpatia”. Questo adesivo è stato pensato e disegnato da Miranda M. l’allora fidanzata di Tony. Il cane, un Bobtail, è stato scelto perché… già perché? Non ne sono sicuro ma credo che una motivazione valida possa essere quella che all’epoca Miranda avesse proprio quel simpatico cagnolino cagnolone.
Questo adesivo fu croce e delizia per noi di RVB. Delizia, perché pur nella sua semplicità piaceva e andò letteralmente a ruba. Croce, per via della lingua rossa del cane: se quella lingua fosse stata bianca o nera l’adesivo avrebbe avuto un costo di stampa più economico, essendo costituito da un colore solo, invece per quella lingua… mannaggia, veniva considerato multicolore e quindi con ben altri prezzi di stampa. Vabbè, comunque era bello e adesso ve lo regalo. Qui sotto il collegamento per scaricare l’adesivo “Bob”:

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Terza puntata – (Dopo le 10:00):

…e chi mai aveva parlato davanti a un microfono? Beh, qualcuno tra di noi c’era ma, per la maggior parte, eravamo digiuni. Ciò che sapevamo… anzi, ciò che credevamo di sapere, l’avevamo imparato ascoltando le altre radio, quelle nate prima della nostra, magari solo da qualche mese, ma comunque già in pista. E allora via con le dediche, con i successi del momento, e con le ragazze.

Adesso il “Festival bar”, eravamo noi! E per tutto l’anno.

In quell’estate del 76 le trasmissioni iniziavano intorno alle dieci del mattino e finivano a mezzanotte. Il trasmettitore restava però sempre acceso. Se aveste scandagliato la frequenza 91.9 dopo mezzanotte avreste sentito… nulla. Un bel segnale pulito di silenzio, che per gli addetti ai lavori o per altri pionieri dell’etere significava: frequenza occupata, cercatevene un’altra.

Dovevano trascorrere altri mesi prima che avessimo la disponibilità finanziaria per comprarci una curiosa apparecchiatura che era in grado di gestire in automatico una ventina di cassette “Stereo 8”. Tale marchingegno alternando l’ascolto delle cassette, saltando da una canzone all’altra, ci avrebbe consentito di mantenere una presenza musicale anche nelle ore più profonde della notte, e cosa importantissima, senza la presenza di nessuno di noi.

Non disponevamo di sala di registrazione… credo che tra di voi la domanda venga spontanea: “per farci che?”. Ma per registrare gli spot pubblicitari, che la giovin radio raggranellava tra i commercianti della zona.

Quindi dicevo, non disponevamo della sala di registrazione, perciò sfruttavamo le ore antecedenti l’inizio delle trasmissioni per creare gli spot e quant’altro servisse alla radio. Visto che il trasmettitore era sempre acceso, per impedire che le nostre “registrazioni” fossero diffuse per tutta Milano era sufficiente tenere spento l’amplificatore che collegava l’uscita del mixer con l’ingresso del trasmettitore. Appunto. Capitava così che maldestramente qualcuno non ricordasse tale basilare regola e “Milano” ascoltasse tutto, ma proprio tutto ciò che veniva suonato e, ahimè, detto. Fortunatamente erano ben poche le persone che alle nove del mattino pensavano alla radio come a una inseparabile compagna. Per fortuna!

Sottolineo che in quegli anni erano ben poche le emittenti che riempivano i giorni ventiquattrore su ventiquattro. E per emittenti intendo sia radio che televisioni, quest’ultime poche, pochissime, ricordo solo Capodistria, Tele MonteCarlo, il canale della Svizzera Italiana e ovviamente la RAI. L’emittenza privata era agli albori. Il fuoco però ormai acceso e il grande incendio, inevitabile, sarebbe scoppiato e dilagato in breve tempo.

Curiosità:
le mamme! E’ strano come a seconda del soggetto una persona possa interpretare gli eventi. Mi spiego meglio: le mamme di noi della radio erano in ascolto, quasi in adorazione, per tutto il giorno. Non perdevano nulla. Registravano cassettine. Parlavano di noi dal parrucchiere, dal macellaio e col portiere… A ogni ora, loro, erano lì: ascoltavano, si stimavano e controllavano. Per loro eravamo degli eroi.

Le mamme del condominio Villa Briantea che invece, a detta loro, subivano la presenza della Radio, si lamentavano. Alcune di loro asserivano di sentire la nostra musica nella lavatrice o nel forno!? Qualcuna era certa che le onde radio, le nostre, facessero appassire i gerani sul balcone…

La radio disturba. Impedisce di vedere la televisione. Non si può più star tranquilli.

Non passava giorno che qualcuno di noi, in veste di tecnico, fosse chiamato a verificare negli appartamenti, senza peraltro riscontrare alcunché di anomalo. Le potenze in gioco erano talmente irrisorie (e comunque i segnali puliti e ben trasmessi) che nulla potevano arrecare come danni o disturbi. Ma tant’è…

Devo riconoscere però, che poi bastava che queste mamme insofferenti s’accorgessero chi veramente eravamo per farcele amiche. Noi, d’accordo, simboleggiavamo la novità corredata di tutte le sue paure, l’arcano mistero delle trasmissioni radio, gli hippies tecnologici… ma in verità eravamo esattamente come i loro figli. Forse solo un po’ più sognatori.

Ah, le mamme!

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Quarta puntata – (I jingles):

I jingles, questi sconosciuti.
Pippo Di Staso, il nostro Pippo, già nel 1975 passava nottate intere cercando di sintonizzare, in modulazione d’ampiezza (AM), il suo ricevitore su Radio Luxembourg. Radio Lussemburgo, per chi non lo sapesse, è stata la nave scuola ispiratrice del modo di fare radio per quei tempi. Gli stacchettini con frasi a effetto, i jingles appunto, tutti noi li abbiamo ascoltati, imitati e sognati proprio da quella mitica radio. La fregatura, se vogliamo, era che Radio Lussemburgo si poteva ascoltare in Italia solo di notte perché, trasmettendo da molto lontano e in AM, bisognava attendere condizioni favorevoli di propagazione del segnale che avvengono appunto quando il sole non c’è.
Non nascondo che i migliori jingles di Radio Lussemburgo li abbiamo registrati e passati su Radio Villa Briantea. Erano belli, professionali, coinvolgenti:
“Hit parade… the number one, one, one”
“Stay with us. We are the best in town!”
“On your radio dial”
Ovviamente qualcuno lo abbiamo realizzato anche noi (sempre sulla falsa riga di Radio Luxembourg) con risultati, a volte accettabili, e altre volte decisamente belli come questo:

      1. Jngles_HitParade - Jingle Hit Parade

La voce è di Franco C., il jingle è per la sua Hit Parade della domenica.

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Quinta puntata – (Le trasmissioni – 1):

Maogallo era molto bravo. Dotato di una voce morbida, che ben si adattava a trasmissioni in cui forniva informazioni musicali. L’esperienza di Radio Uno Lombardia, da cui proveniva, si sentiva tutta. Era bravo, caspita! Troppo bravo.
Così iniziai a pensarci su. Volevo testare quanto “Mao” fosse capace nella gestione delle difficoltà.

Piccola premessa:
prima d’iniziare la propria trasmissione, ogni DJ, si sceglieva i dischi (quelli in vinile, eh?!) che avrebbe trasmesso. Poi, quando toccava a lui, portava tutti i dischi selezionati vicino al mixer per averli sottomano senza doversi allontanare per recuperali. A quei tempi i DJ facevano tutto: non c’erano ancora le cabine di regia.

Un giorno avevo terminato la mia ora di trasmissione e fui sostituito da Maogallo. Notai che tra i dischi che aveva scelto solo alcuni erano 33 giri, pochissimi uno o due. Tutti gli altri erano 45 giri. E lì mi venne l’idea.
Sfortunatamente per lui, notai che avrebbe iniziato proprio con i 33 giri. Esauriti questi, la trasmissione sarebbe stata basata esclusivamente con 45 giri.
Per poter essere “suonati” i 45 giri necessitavano di un adattatore, un pezzo di plastica cilindrico da innestare sul perno di rotazione del giradischi.
Ecco, io allora distrassi in qualche modo “Mao” e nel frattempo nascosi, incollandoli con del nastro adesivo sotto il banco di trasmissione, questi benedetti adattatori. Sottolineo che nascosi anche quelli di scorta che si trovavano insieme ai pezzi di ricambio vitali per le radio di allora: puntine, cacciavitini e tanti altri piccoli accessori. Poi lo salutai e me ne andai. Corsi giù in piscina dove sapevo vi fosse una radio. Mi sedetti con gli altri ad ascoltare.
Il primo 33 finì, parti l’altro, l’ultimo e poi sarebbe toccato ai 45 giri. Non avevo detto nulla ai ragazzi che sedevano lì con me. Discutevo con loro ma avevo piantate le orecchie alla radio su ciò che combinava “Mao”…
…aveva già modificato la scaletta! Infatti sentii un 33 che non ricordavo d’aver visto nella sua lista. Io però ero tranquillo e beato, perché sapevo che comunque non era in grado, almeno inizialmente, di collegarmi alla sparizione e comunque anche se l’avesse fatto non poteva di certo lasciare il suo posto: lui stava trasmettendo in diretta e i brani dei 33 giri potevano a malapena garantirgli tre, quattro al massimo cinque minuti d’autonomia poi sarebbe stato necessario sostituire il brano con un altro. In cinque minuti non poteva scendere dal nono piano, cercarmi e poi risalire. Era impossibile!
Sfortunatamente, questa volta per me, quello era il periodo delle Ritchie Family che, mannaggia a loro, avevano realizzato un vinile intitolato “The best disco in town”. Durata dieci minuti (antesignano dei dischi mix). Molto bello, un successo che però mi allarmò non poco quando lo sentii trasmesso da “Mao”.
Ecco quelli erano i dieci minuti che gli servivano. Iniziai a preoccuparmi e infatti poco dopo “Mao” sbucò dalla portineria del palazzo, parafrasando qualcun altro si potrebbe dire: “come cervo che esce di foresta“. Ovviamente aveva intuito tutto. Sapeva che ero io l’artefice di quello scherzetto. Non starò qui a dilungarmi su ciò che mi disse, anzi urlò visto lo spazio che m’assicuravo ci fosse sempre tra noi, ma più o meno tutto verteva su quanto mi avrebbe modificato il mio modo di deambulare se solo mi avesse preso. Ma non mi prese.
Dovetti però, sempre a distanza di sicurezza, rivelargli dove avevo nascosto i famigerati adattatori.
Al di là di qualche ora o forse qualche giorno di comprensibile attrito, la faccenda degli adattatori non mutò affatto i nostri rapporti che ancor oggi sono retti da un’amicizia inscalfibile.

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Sesta puntata – (Le trasmissioni – 2):

Arc-en-ciel alias Fràssatis era un uomo che all’epoca aveva già, più o meno, settant’anni. Quando ci contattò, millantando arcani desideri volti a una sua collaborazione con la radio, stupì tutti. E per questo motivo, il nostro stupore, fissammo un appuntamento per incontrarlo, conoscerlo e osservare dal vero questo signore e la sua ardita idea.
Prima di conoscerlo ci eravamo già fatti un’idea, sbagliata, ma che portavamo avanti con baldanza. Ma chi si credeva di essere questo vecchio? Ma cosa avrebbe potuto fare per noi? Che cosa c’entrava lui, con la nostra musica?

Si presentò e tutto fu chiaro. Era un gentiluomo d’altri tempi. Un sognatore, proprio come noi ma, i suoi sogni valevano di più dei nostri. Era un uomo che sapeva gustarsi la vita. Era carico d’esperienza e vitalità. Scoprimmo che era uno degli autori dei volumi della collana “I gialli Mondadori”, scriveva con uno pseudonimo dal suono americano e che giustificò dicendoci: “nessuno leggerebbe un giallo scritto da Filippo Boione” (il nome è di fantasia ma dovrebbe rendere bene l’idea su ciò che intendeva).
Con noi collaborò per un po’, diciamo un anno, fino alla “fine” della radio.
Aveva un’idea. Realizzare una trasmissione di un’ora che avrebbe riempito con aforismi, battute pungenti, esperienze di vita vissuta… amalgamando il tutto con musica anni 40, tipo Charleston e Dixieland. Un azzardo?
No, un successo!
La sua “Ora strampalata” ebbe tutto il seguito che si meritava. Era una bella trasmissione che… ti faceva sentire bene. Certo lui capiva poco di mixer, microfoni e giradischi ma trovava sempre qualcuno disposto a fargli da regia, da tecnico del suono.
Aveva una voce adatta alla radio. E aveva imparato immediatamente i “tempi” radiofonici.
“Ora strampalata” diventò un appuntamento classico del nostro palinsesto.

Più avanti, nelle prossime puntate, parlerò ancora di Arc-en-ciel, perché è stato protagonista con noi di altre esperienze ma ora voglio, anzi vogliamo, rivolgergli un affettuoso ricordo. Un saluto, quel saluto che poi gli eventi della radio non ci hanno consentito di fare a lui direttamente. Ma il suo ricordo, i suoi consigli di vita, il suo modo di prendere questa vita sono ancora con noi. Gli abbiamo voluto bene e ancora questo sentimento ci pervade quando pensiamo a lui. A distanza di così tanti anni ho un ricordo sbiadito circa lo pseudonimo che usava alla radio: alcuni di noi pensano fosse Fràssatis, altri sono certi fosse Arc-en-ciel. A me piace ricordarlo con quest’ultimo. Molti di noi, me compreso, all’epoca nemmeno avevano capito cosa significasse Arc-en-ciel. Di lui, dell’uomo, apprezzavamo l’istrionità e quel suo “savoir vivre”… tralasciando il tocco morbido e colorato del suo pseudonimo.
Sono sicuro che Arc-en-ciel, nonostante siano passati trent’anni, sia ancora di questa terra. Per uno come lui cavalcare il secolo di vita è sicuramente una sciocchezza, ma se proprio avesse deciso di abdicare da qui per portare un po’ di brio in altri… luoghi, beh, allora significherebbe che l’arcobaleno, che di tanto in tanto vediamo in cielo, è quel che lui desidera regalarci dal posto in cui si trova: il suo saluto.
Ti vogliamo bene… Arc-en-ciel alias Fràssatis.

…e chiudo, come Arc-en-ciel usava fare nella sua “Ora strampalata”:
“Stretta la foglia, larga la zia… buonanotte ai suonatori e cosi sia.”

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Settima puntata – (Le trasmissioni – 3):

“Buona notte Milano”.
Se qualcuno di voi ha ancora memoria di questa trasmissione potrebbe confermare ciò che noi tutti della radio sappiamo: rivoluzione. Fu una rivoluzione.
Condotta da Perry Stauder e Tony Berra (con nomi così non poteva che essere un successo) fu la trasmissione notturna per eccellenza e che, ovviamente, altre emittenti copiarono. I giornali e le riviste di settore amplificarono di certo l’eco della trasmissione ma ciò non toglie che l’idea e il modo di condurre era palesemente fuori dagli schemi e quindi stampa o non stampa la trasmissione non poteva far altro che riscuotere i consensi che da ogni parte arrivavano.
Verso la fine degli anni 70 ci voleva coraggio, intuito e professionismo per realizzare questo tipo di trasmissione. Innanzitutto l’orario: dalle ventidue alle ventiquattro (Buona notte Milano, no?)
Sì certo, tutti trasmettevano in quelle ore… ma non come Stauder e Berra.
Buona notte Milano sdoganava quell’orario apparentemente infelice, poco attrattivo rendendolo un appuntamento atteso, anzi dico di più, coinvolgente. Il loro modo di fare radio, era strano, incuriosiva, informava… insomma Stauder e Berra in quelle due ore salivano sulla macchina del tempo e arrivavano ai giorni nostri conducendo il programma e gli ascoltatori verso qualcosa di moderno. Gli interventi in diretta, le argomentazioni filo-conduttrici delle puntate da discutere e far discutere agli ascoltatori, sono ciò che oggi si fa alla radio ma non dimentichiamoci del periodo di cui sto parlando. Tony e Perry erano semplicemente trent’anni avanti. Ecco perché dire Buona notte Milano, oggi, non è semplicemente un ricordo. È molto di più: è attualità!

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Ottava puntata – (Le trasmissioni – 4):

Dediche e annunci economici.
Ah, le dediche. Ve le ricordate? Ne avete mai sentito parlare? Ore e ore di trasmissione passate a trasmettere messaggi da Tizio a Caio con la scelta persino del brano musicale.
Avevamo fatto stampare dei foglietti di carta incollati insieme tipo blocchi note su cui, a turno, i volenterosi che rispondevano al telefono, annotavano i messaggi che il dj avrebbe poi letto in diretta. Le dediche erano una sorta di SMS e il cellulare era la radio.
Ne ho sentite tante, alcune davvero simpatiche, divertenti. Altre strane, messaggi in codice che solo gli interessati potevano comprendere. Devo però dire che quella che mi è rimasta in testa più di altre è una diventata mitica per un errore di lettura del nostro dj, Fabio V. A parziale discolpa di Fabio devo riconoscere che i messaggi erano talmente tanti che si faticava a star dietro a tutte le telefonate che ci arrivavano. Nella concitazione di quei momenti la bella scrittura andava un po’ in secondo piano.
La dedica era questa: “Da Peppa a Giuseppina dicendole che: la birra senza tappo evapora!” Non ricordo chi prese la telefonata ma costui (do per scontato fosse un uomo – le donne hanno tutte una bella calligrafia!), conscio di aver scritto un po’ in fretta, si era preoccupato di chiedere a Fabio: “Ho scritto male: ci capisci?” Fabio aveva risposto con un OK cubitale: sono un professionista, io!
E infatti lesse il messaggio: “Da Peppa a Giuseppina dicendole che: la birra senza troppo Europa!“.
Fabio, Fabio… ma cosa c***o hai letto!

C’era anche la rubrica degli annunci economici, intorno alle ore dodici di tutti i giorni (escluso il sabato e la domenica), durata quindici minuti.. Non so a quanti affari abbiamo contribuito certo è che nessuno si è mai lamentato con noi… a dire il vero però, nemmeno ci hanno mai ringraziato. A giudicare dal numero di inserzioni, in costante ascesa settimanale, doveva essere una rubrica di particolare successo. Ben presto dovemmo selezionare gli annunci in base alla data di prima pubblicazione, riservando spazi, così, a quelli più recenti.
Dediche e annunci ormai non se ne fanno più… Ad onor del vero, esiste ancora qualche emittente, vecchio stampo, che riserva qualche ora settimanale alla musica a richiesta ma… questa è tutta un’altra cosa.

Curiosità:
Durante il periodo in cui il nostro unico studio era “quel buco del nono piano”, disponevamo ovviamente anche lì, del telefono con il quale gli ascoltatori si mettevano in contatto con noi.
Le trasmissioni radio e i dialoghi telefonici però hanno lo spiacevole inconveniente di essere assai poco compatibili. Mentre qualcuno sta trasmettendo, tu non puoi, nel frattempo, rispondere al telefono a meno che non si voglia diffondere per radio ogni parola scambiata con il tuo interlocutore. Ma se il locale è uno solo, come si fa?
Esistono due possibilità:
1) rispondi tranquillamente al telefono come se niente fosse. La vicinanza con il dj ti consente di tenerlo sott’occhio e quando vedi che sta per “riaprire” il microfono ti inventi qualche scusa per porre in attesa l’interlocutore. “Mi scusi, resti un istante in linea ho una chiamata dalla regia.”, oppure: “Stiamo testando un nuovo modo per telefonare mi dica se, nei prossimi venti secondi, sente qualcosa…”
2) ti fai fare una prolunga per il cavo telefonico e con l’apparecchio esci dal locale. Per dove era ubicata la radio, “quel buco del nono piano”, significava telefonare dal pianerottolo del solaio.

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Nona puntata – (L’evoluzione):

Radio Villa Briantea esordì nel giugno del 1976. I suoi studi… ehm, cioè… il locale… no! il buco da dove trasmetteva, si trovava al nono piano del palazzo, sul cui tetto era stata posta l’antenna e, come già detto, su quel tetto l’antenna rimase per tutta la vita della radio. Ci furono però delle evoluzioni circa gli studi.
Dopo qualche tempo “quel buco del nono piano” non era più sufficiente per contenere le apparecchiature, i dischi e noi stessi. Inoltre ci necessitava una sala di registrazione, autonoma. Non si poteva più registrare di notte o alle prime ore del mattino perché la radio, ormai, trasmetteva ventiquattrore su ventiquattro!
Così ci evolvemmo. Tornammo a bussare alle porte degli uffici della società proprietaria del complesso “Villa Briantea”. A tale società va riconosciuto il merito di averci sempre favorito e aiutato. Non era facile, in quegli anni, cavalcare l’entusiasmo di giovani visionari, perennemente fuori dagli schemi e che per il loro sogno erano disposti a compiere sacrifici anormali. Forse l’impresa costruttrice, molto famosa nel milanese, gestita da una signora caparbia e attenta, in fondo in fondo era come noi, ecco perché ancora una volta ci aiutò.
Nei sotterranei del condominio, nelle cantine, c’era un locale libero, abbastanza grande (qualsiasi dimensione, che superasse quella di una tenda canadese, per noi significava grande) e così ce lo diedero unitamente a una cantina, anche’essa inutilizzata, che divenne la nostra sala di registrazione. Per evitare il nostro via vai, per non arrecare fastidio ai condomini avevamo preso l’abitudine di entrare, attraverso una grata che dal livello del terreno e posta dietro al palazzo ci consentiva l’accesso senza troppi schiamazzi e fastidi. Infatti tale grata era direttamente collegata con il nostro bel locale, il nostro nuovo studio di trasmissione. Insomma, in parole povere, entravamo da un tombino. Voi potreste pensare “dalle stelle alle…” ma vi prego non lo fate. Avevamo raddoppiato, ma che dico?, triplicato i metri quadri a disposizione. Questo era l’importante. Stavamo crescendo. Dalle cantine il segnale saliva al trasmettitore, su al nono piano, per mezzo di un cavetto, celato in un sottotraccia che qualche volenteroso aveva individuato nei muri del palazzo. Per il condominio, quindi, impatto visivo zero.
Non so se vi è mai capitato di calarvi attraverso un tombino, beh, se l’avete fatto saprete di certo che la cosa non è certo agevole. Difficile scendere senza problemi, assai arduo risalire. Ne sa qualcosa Lucy, all’epoca unica nostra voce “donna”, che dovette reprimere la propria femminilità indossando sempre e comunque pantaloni lasciando gonne e similari a momenti più comodi. Le poche volte che decideva di scendere con abbigliamenti da donna una strana concentrazione di pubblico maschile s’assiepava sotto, con l’intento d’aiutarla, ma ho il sospetto che in quei casi il cavalierato c’entrasse proprio poco…

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Decima puntata (Stretti fra tanti):
Il periodo di cui sto parlando è il 1976. Per questa puntata immaginatevi come poteva essere il dicembre del 76… Non ci riuscite? Vi aiuto un po’:
le radio nascevano come funghi, la televisione invece era ancora monopolio dei soliti noti (Rai, Montecarlo, Capodistria, Svizzera) ma, la sarebbe stata ancora per poco. Le idee e le genialità erano all’ordine del giorno.
Noi, noi di RVB intendo, crescevamo dal punto di vista del numero di ascoltatori ma non solo. I contratti pubblicitari diventavano sempre più numerosi e di qualità (vabbè qualcuno non ci pagò, approfittandosi della nostra giovane età e della poca esperienza delle cose “di moneta” ma va bene così… perché invece altre aziende – quelle serie – ci gratificarono ampiamente, compensando gli ammanchi dei furbetti…)
Con la pubblicità seria arrivò la disponibilità finanziaria che voleva dire: nessuna rinuncia nell’acquisto dei dischi, ottime attrezzature di “bassa frequenza” e buone anche quelle di “alta frequenza”… Per i non addetti ai lavori, spiego:
per “bassa frequenza” s’intendono le apparecchiature di studio (mixer, registratori, giradischi, microfoni, etc., etc.)
per “alta frequenza” s’intendono le apparecchiature di trasmissione (antenne, decodificatori, trasmettitori, etc., etc.)
Ahimè il proliferare di nuove emittenti, rese ben presto assai stretta la banda di frequenza. In breve tempo ci trovammo stretti e chiusi tra due radio che “pompavano” diversi watt. La battaglia quindi, nel breve, diventò sì sull’ascolto ma ancor più sulla propagazione del segnale. Ovviamente nel circondario della nostra zona, dove si trovava l’antenna, nessuno riusciva a superarci ma era sufficiente allontanarsi un po’ per perdere buona parte della nostra potenza. E così gli ascoltatori che, chissà perché?!, si erano fissati di ascoltarci anche in altre zone di Milano, dovevano industriarsi e far assumere alla propria radiolina o all’antenna collegata al sintonizzatore curiose posizioni naif per sentirci. Se non è amore e dedizione tutto ciò…
Dicembre dicevo, quello fu un mese assai nevoso. Nevicò spesso ma il clou lo fece l’ultimo dell’anno con una nevicata storica in cui Milano si fece tranquillamente avvolgere. Io e Pippo trasmettemmo dalle ventidue all’una e quindi vivemmo in diretta il passaggio al 1977. Poi andammo, con una Opel Kadett guidata dall’amico Salvatore (noi eravamo ancora minorenni quindi niente patente), a una festa a casa di un nostro ascoltatore con il quale siamo tutt’oggi ancora in contatto: Pino, conosciuto però con lo pseudonimo di Machine. Fummo ricevuti come vere e proprie star.

Curiosità:
naturalmente, come accade spesso quando non puoi permetterti una cosa, la cerchi disperatamente e invece poi, quando potresti ottenerla senza alcuna fatica, tu la snobbi ma è proprio in quel momento che è lei che ti si offre… Ed è così che accadde con le case discografiche: agli inizi non ci consideravano minimamente ma poi, con l’andar del tempo, furono loro a cercarci. Le parti s’erano invertite e, un po’ per la nostra esperienza che diventava sempre più selettiva e un po’ perché erano ormai molte a volerci omaggiare dei loro prodotti iniziammo a scegliere di collaborare con quelle più… meritevoli. E bastava veramente poco per farle salire o scendere nella nostra personalissima scala delle priorità.
Ricordo il cazziatone che facemmo a una notissima casa discografica di Milano che per un disguido non ci fece pervenire in tempo utile l’ultimo LP di Celentano (credo si trattasse di Disco Dance). Non era più un gioco. L’impegno verso i nostri ascoltatori era sacro e qualsiasi intoppo che ne impediva il regolare svolgimento andava evitato o quanto meno ridotto al minimo anche se ciò significava “toccare il tempo” a qualcuno.
Devo però riconoscere che è comunque grazie alle case discografiche se riuscimmo a ottenere permessi speciali e accessi per interviste e concerti ai più importanti eventi musicali del periodo. Tra tutti ricordo l’intervista che facemmo ai Pooh qualche ora prima del loro concerto “Poohlover” che si svolgeva al Teatro Lirico di Milano. Il luogo per l’intervista era il Jolly Hotel di Largo Augusto. La nostra squadra era composta da: Max, Lucy ed io. Max in qualità di intervistatore, io come tecnico e Lucy come fan.
In una sala del primo piano dell’albergo, caratterizzata dalla presenza di un lunghissimo tavolo attorno al quale ci disponemmo, insieme agli inviati delle altre radio, in attesa dell’arrivo degli artisti, stavo preparando il registratore… (piccola nota: qualcuno venne con registratori ridicoli, a cassetta, altri come noi con registratori professionali a bobine, le cosiddette “pizze”, del peso però di qualche “tonnellata” tipo il Revox che scarrozzai in metrò avanti e indietro e alcuni, pochissimi, con registratori espressamente progettati per quel tipo d’utilizzo come il famoso Nagra)…ritornando a noi, mentre stavo preparando l’armamentario s’avvicinò un capellone con un 45 giri in mano asserendo d’essere un cantante e invitandoci a fargli un’intervista. Immaginatevi il mio sguardo… dopo averlo scrutato per bene gli dissi che non disponevamo di nastro sufficiente e che quindi non potevano fare nulla (ovviamente con la “pizza” che mi ero portato avrei potuto registrare fino all’indomani ma tant’è…). Intervenne Max il quale mi convinse a fare questa benedetta intervista che feci solo perché così avrei potuto regolare al meglio il registratore. Intervistammo così questo personaggio che all’epoca era il supporter dei Pooh, cioè il cantante che si esibiva sul palco prima del gruppo. Alla fine ci regalò il suo disco (ascoltandolo poi, ci rendemmo conto che sì, c’era della stoffa e probabilmente avrebbe anche potuto fare un discreto successo).
Vi state domandando chi era questo capellone?: Gianni Togni!

Alla fine arrivarono i Pooh (solo 3 perché Stefano era in teatro a supervisionare gli strumenti e le apparecchiature) Fu una bella esperienza, noi seduti allo stesso tavolo con “loro”. Uscimmo dal Jolly insieme ai Pooh e con un loro personale invito per il concerto. Max e Lucy accettarono e si godettero lo spettacolo io invece tornai a casa con il mio Revox da una tonnellata… sapete perché? Perché non avevo il permesso di restare fuori fino a tardi! Osservai Dody, Red e Roby prendere al volo un tram e mi allontanai verso il metrò…

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Undicesima puntata (Milano cinque):
…e siamo giunti al 1977. Questo è l’anno in cui la RAI termina la sperimentazione e trasmette tutti i suoi programmi TV a colori.
E noi di RVB? Beh noi, giorno per giorno, ci affermiamo come emittente radiofonica. La gente ormai inizia a conoscerci e ad apprezzare i nostri programmi e le nostre voci. Siamo consapevoli che stiamo imparando “il mestiere”, migliorando qualitativamente sia dal punto di vista tecnico che in quello, molto importante, dei contenuti. Le riviste di settore si accorgono di noi e ne parlano. Entriamo a far parte di un pool di radio milanesi, chiamato “Milano cinque” in cui una nota agenzia pubblicitaria milanese si occupa dell’aspetto commerciale della pubblicità, promuovendoci presso notissimi marchi italiani. Le radio coinvolte in questa esperienza erano: Gamma Radio, Radio Lombardia, Radio Meneghina, Radio Regione e Radio Villa Briantea. E’ con Milano Cinque che gli spot passano da “rionali” a nazionali. Marchi come Campari e Star, per citarne alcuni, diventano messaggi quotidiani che rendono il tutto più… importante.

Si continua con trasmissioni irrinunciabili come quei quindici minuti dedicati agli annunci economici, poi l’ora italiana di Fabio, il soul-funky nelle trasmissioni mie e in quelle di Pippo, la Hit Parade domenicale di Perry, il preserale di Fabrizio, i giochi di Senzanome, Buona notte Milano di Tony e Perry… Oramai anche gli addetti ai lavori, i DJ delle altre radio, ci conoscono e alcuni di loro si propongono… Come già successo qualche mese prima con Lucy, Max e Perry nella nostra squadra si aggiungono Patrizio e Augusto. Nel nostro studio di trasmissione c’è sempre movimento. Tra fidanzate, tecnici, artisti, DJ e curiosi ben presto ci si rende conto che il nuovo locale (ricordate? la cantina con accesso dalla grata…) non è adatto. Ci vorrebbe qualcosa di più grande. Continuiamo a lavorare, sviluppando la radio al meglio delle nostre capacità e nel frattempo ci guardiamo intorno per trovare un luogo più adatto. Anche l’apparecchiatura di bassa frequenza (mixer, giradischi e registratori) utilizzata fino a quel momento non sembra più essere all’altezza delle esigenze sempre più professionali con le quali ci confrontiamo giornalmente. Prendiamo contatto con un costruttore di mixer, Massimo Munter, e ci innamoriamo all’istante dei suoi prodotti. Piccola nota negativa: le dimensioni delle sue apparecchiature non ci lasciavano scelta. Se avessimo portato un suo mixer nel nostro studio avremmo dovuto uscire noi. Ci serviva una nuova sede, capiente a sufficienza per soddisfare le idee e ogni tipo di situazione che una radio affronta nel corso della giornata.

Dalla pubblicità ricavavamo fondi, ma mai troppo sufficienti, gli ascoltatori ci premiavano con un affetto grande e noi eravamo talmente carichi che ci sentivamo proprio pronti a fare il grande passo: ci serviva una nuova sede ma non solo. Anche una nuova antenna, più performante e naturalmente un trasmettitore più potente. Eravamo ben consci che ci aspettavano sacrifici, grossi sacrifici, sopratutto in termini economici. “Milano cinque” comunque ci diede la spinta necessaria a fare tutto ciò che andava fatto. Le nostre giornate passavano in apparente tranquillità ma il nostro obiettivo, oramai, era onnipresente e ben chiaro davanti ai nostri occhi. Iniziavamo a lavorare per diventare… grandi.

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Dodicesima puntata – (“A uanta cala minuta”)

Come era già successo con Arc-en-ciel / Fràssatis, ricordate la sesta puntata?: ricevuta una sua telefonata, chissà perché, fra tanti che si proponevano, decidemmo d’incontrarlo e ne nacque prima di tutto un’amicizia e una stima viscerale oltre poi a un raffinato sodalizio professionale.
La stessa cosa poi si ripeté con Salvino.
Tra i nostri ascoltatori c’erano militari che, in servizio di leva (all’epoca ancora obbligatorio), vivevano lontani dalle loro terre. La radio ovviamente faceva loro compagnia… erano tanti quelli che ci telefonavano. Fra questi ci incuriosì Salvino, il quale asseriva d’essere un DJ di una radio siciliana (CTA FM Stereo), lui infatti era di Scicli (RG). Alla fine l’invitammo alla radio. Nonostante la centrifugata che il servizio militare provocava ai ragazzi, sopratutto quelli catapultati così lontano da casa come la sorte aveva riservato a Salvino, egli ci colpì immediatamente. Il suo modo di parlare e, intuimmo, di fare radio era diverso dal nostro. La cosa eclatante del suo modo di trasmettere era che non necessitava di jingles. Lui era il jingle:

“…Qui dagli studi di RVB, la fonte del suono dell’Europa centrale…” Ecco questa è una delle innumerevoli frasi con le quali condiva le sue trasmissioni. Queste, unite a un’enfasi ricercatissima proiettavano il parlato in una dimensione elevata in cui il DJ diventava continuazione e completamento della musica.
La vicinanza della sua terra d’origine, la Sicilia, a Malta fece si che usasse a volte termini in lingua maltese. Ricordo che spesso al segnale orario in italiano seguiva la traduzione in maltese: “A uanta cala minuta…”.
Ma la frase storica, quella che non dimenticherò mai, è quella che utilizzò per presentare un brano all’epoca molto famoso e che ci lasciò, tutti quanti, di stucco:
“…e ora ascoltiamo i: Michele Legno per Flotta con la canzone Notizie di seconda mano…”
A chi si riferiva, Salvino? Non l’avete intuito? No?
Ai Fleetwood Mac e al loro brano Second hand news.
Geniale, vero?

Curiosità:
Salvino era militare di leva presso la caserma di Viale Suzzani a Milano. Parlandone con i commilitoni, circa la sua collaborazione con una radio della città, arrivò all’orecchio del suo tenente questa voce. Salvino già ci aveva raccontato che la vita in caserma non era delle più facili per vari motivi e uno fra questi era un ufficiale molto rigido, il tenente appena menzionato. Questi però, incuriosito dalla situazione accattivante in cui si trovava il proprio sottoposto, fece leva, non so con quali mezzi, affinché Salvino gli desse accesso alla radio…
La cosa curiosa è che in radio si comportavano come fratelli ma poi in caserma gli equilibri venivano presto ristabiliti e se da noi di davano del tu, in caserma si mandavano “a quel paese” (sempre nel rispetto delle gerarchie militari). Poi però anche Enzo, questo il nome del tenente, si ammorbidì così da rendere più facile la vita di caserma a Salvino e divenne nostro amico al punto che poi non aveva più bisogno del lasciapassare “Salvino”. Anche Enzo era lontano dalla sua Roma e la radio servì anche a lui per diluire un po’ la nostalgia di casa.

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Tredicesima puntata – (“Aria netta non tiene paura dei tuoni”)

E finalmente trovammo il nuovo locale per la radio, ma che dico locale… localone, anzi quattro locali (ricavati in seguito) grandi, adatti e luminosissimi. Basta cantine e solai.
Va bene, va bene… lo so che altro non era che un seminterrato ad altezza box ma era… immenso! Voi direte: “e questo ti basta per renderlo così appetibile?” Certo! Vi sembra poco?
Potevamo dar sfogo a tutte le idee e le necessità che la radio chiedeva.
Il localone aveva una superficie di circa ottanta metri. Era una quadrato perfetto con un ingresso dotato di una porta a vetri luminosissima (scusate se insisto su questa storia della luce ma, capirete, dopo mesi trascorsi in cantina…)
Sapevamo esattamente ciò che ci necessitava: un locale regia/trasmissione, una sala registrazione, una sala interviste e un locale d’accoglienza con centralino. L’accesso alla sala regia e a quella per le interviste dovevano essere indipendenti senza nessuna interazione tra le due. Nelle pareti di separazione doveva esserci un vetro per la necessaria visuale che la regia deve avere sempre sulla sala interviste. Decidemmo di far eseguire le pareti in legno in modo da evitare qualsiasi lavoro in muratura che avrebbe complicato notevolmente, per via della burocrazia necessaria, i lavori dilatandoli nel tempo in maniera incontrollata. Contattammo un falegname della zona al quale sottoponemmo le nostre richieste. Disegnammo uno schizzo in cui iniziammo a far prendere forma ai nostri sogni. Era più o meno così:

I lavori richiesero qualche mese e così avemmo modo di frequentare per diverso tempo questo falegname con il quale poi diventammo amici. Mentre lavorava ci raccontava della sua vita, dell’esperienze passate. Ogni tanto se ne usciva con motti e massime d’altri tempi così come antico e puro era il suo nome: Clementino (per non parlare del cognome). Non credo abbia mai compreso appieno cosa diavolo dovessimo fare noi in quei locali, comunque il lavoro lo eseguì in modo impeccabile, rispettando ogni nostra indicazione e volontà. Alla fine ci consegnò quattro locali esattamente come li avevamo immaginati. Delle tante storie raccontate, degli innumerevoli proverbi e detti popolari con i quali condiva ogni suo discorso, uno s’è stampato indelebilmente in noi, forse il più importante, la regola d’oro di vita che se tutti noi riuscissimo a seguirla ogni cosa probabilmente diventerebbe più facile: agiamo sempre onestamente in modo d’affrontare chiunque a testa alta. Detto alla sua maniera suonerebbe così: “aria netta non tiene paura dei tuoni“.

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Quattordicesima puntata – (Taglierini, moquette e trielina)

Ah, che bello. Ora avevamo i nostri quattro locali e dovevamo iniziare a prepararli per l’uso. Per esigenze acustiche optammo per un rivestimento sulle pareti in agugliato (una sorta di tessuto), al posto degli efficacissimi ma antiestetici contenitori per le uova, e una bella moquette a pelo alto per il pavimento. Acquistammo la moquette da un nostro cliente che faceva spot con noi e per il montaggio si incaricarono due tizi che asserivano l’avrebbero fatto gratis e bene: io e Fabrizio.
Qualche anno prima avevo avuto modo d’osservare un vero professionista del settore, un posatore coi “baffi” il quale m’aveva rivelato i segreti del mestiere…
Non avevo però mai avuto l’occasione di sperimentare ciò che mi sembrava d’aver appreso. L’occasione infine era arrivata. Prima convinsi Fabrizio e poi gli altri della radio: potevamo farcela!
Tutti fiduciosi ci apprestammo alla posa.

Con Fabrizio l’intesa fu fin da subito, perfetta. Entrambi abituati a lavori manuali procedevamo spediti tra spatole, colla e taglierini. Impiegammo tre giorni: i primi due per posizionare alle pareti l’agugliato e l’ultimo per la posa sul pavimento della moquette vera e propria. Era di un bel tessuto, a pelo alto, di colore marrone. Tanto bella quanto… rognosetta. Le giunte, i tagli e la colla sembravano fatti apposta per complicare, per rendere più difficoltosa l’intera operazione. Ma perché diavolo ne avevamo scelta una così difficile? Boh?
Comunque alla fine riuscimmo nell’impresa. La cosa comica fu che… ma voi sapete come si tolgono le sbavature della colla dalla moquette?
Il mio insegnante (quello coi baffi) mi aveva istruito per bene: “la colla si toglie con trielina e un pezzo di moquette da sfregare sul punto da pulire”.
Si vede che di macchie ce ne erano tante, disseminate trai i quattro locali della radio, sì perché a posa terminata, quando ci toccò dare di trielina, ne utilizzammo una quantità così elevata che i suoi vapori respirati a più non posso, letteralmente ci ubriacarono lasciandoci lì a ridere come due veri babbei, senza apparente motivo, per poi subito dopo discutere, seri, del perché, del percome e delle problematiche esistenziali di noi posatori professionisti…
Ragazzi che ciucca!

Del super lavoro eseguito ho recuperato una fotografia che in qualche modo spero possa rendere l’idea… Vedrete le pareti della sala interviste, ricoperte dall’agugliato. Non posso mostrarvi nulla relativo al pavimento ma… fidatevi, la moquette a pelo alto, quella dell’imbriacatura, c’era!

N.B.: ringrazio Pippo per la fotografia nella quale, è bene precisare, si nota un’apparecchiatura provvisoria. Nella versione definitiva il banco di regia sarà tutta un’altra cosa.

Curiosità:
di recente ho avuto modo di parlare con Massimo Munter, il costruttore delle nostre apparecchiature di regia, il quale mi ha rivelato un particolare curioso e di cui non avevo davvero notizia. Il mixer che vedete nella fotografia, come matricola aveva il numero 0001, cioè è stato il primo (di quella serie) ad essere venduto dalla Munter.
Fu assemblato alla mattina e poi consegnato e installato nel pomeriggio presso i nostri studi.

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Quindicesima puntata – (Due fave per un piccione)

Nella nuova sede della radio potevamo dar sfogo ai desideri fino allora repressi circa apparecchiature che nella sede precedente nemmeno potevano essere immaginati.
Banchi di regia da dodici canali, doppi Revox (registratori a nastro), tripli giradischi a partenza immediata, quadri a incroci per deviare ovunque i segnali audio, equalizzatori per ogni canale, compressori microfonici, doppi registratori a cassette, pre-ascolto e interfono integrati, barre di led colorati che scandivano con il loro sali-scendi l’andamento della nostra musica, linea telefonica direttamente connessa con il mixer, eccetera, eccetera…

Bello vero?! Sì ma tutto questo era ancora di là da venire perché, terminata la suddivisione dei locali, restava da pianificare il trasferimento del segnale che, una volta uscito dal mixer, doveva raggiungere l’impianto di trasmissione (trasmettitore e antenna) posto a poco più di 2 chilometri (in linea d’aria) dalla nuova sede. Come fare?
Ma con un bel ponte radio, ovvio no?
La distanza da coprire era irrisoria. Comprammo un piccolo trasmettitore che con pochi watt avrebbe di certo coperto la distanza. Decidemmo di far costruire le due antenne necessarie, quella trasmittente e quella ricevente, con una tecnologia che assicurava una resa ottimale a scapito però dello spettro di frequenza: detto in parole povere facemmo fare due antenne altamente selettive, cioè funzionavano esclusivamente per una frequenza definita e solo per quella. Decidemmo che la frequenza del ponte radio poteva benissimo rientrare nella banda FM e così ne scegliemmo una che risultava libera. Facendo così, inoltre, ci assicuravamo un’altra piccola “presenza” sulla banda: due piccioni con una fava! Spesso ripenso al perché e al percome scegliemmo quella particolare frequenza e ancora oggi pur non trovando sufficienti motivazioni per condannarci mi accorgo che comunque ed evidentemente la soluzione non poteva essere quella. Il problema, fortunatamente, si presentò qualche giorno prima dell’accensione del ponte radio… problema? Ah sì, perché voi non sapete ancora qual era la frequenza che scegliemmo. Indovinate un po’…

Avevamo scelto, per il ponte radio, la frequenza di 99 Mhz. Voi direte: “ma è la frequenza di Studio 105 !”. Sì, ma prima d’usare i 99, Studio 105 trasmetteva, ma guarda un po’, proprio sui 105 Mhz..
E chi poteva immaginare che quelli là avevano scelto di cambiare frequenza, spostandola proprio su quella del nostro ponte radio? Inutile aggiungere che uscirono sui 99 con una discreta enorme quantità di watt contro i quali il nostro misero trasmettitorino e le due antenne selettive potevano fare ben poco. Comunque riconosco che se non fosse successo in quei giorni, di sicuro qualche problema l’avremmo avuto in seguito, perché le radio all’epoca nascevano come i funghi. Prima o poi, Studio 105 o un’altra radio, di certo si sarebbe installata su quella bellissima frequenza.
I nostri due piccioni, da prendere con una fava, erano andati a farsi benedire!

Okay, allora dovevamo risolvere il problema e farlo in maniera definitiva. Basta ponti radio. Ci venne un’idea: e se fosse possibile collegare le due postazioni (studi e trasmettitore/antenna) sfruttando un doppino telefonico? Contattammo la SIP, l’allora unico gestore telefonico italiano. Ci risposero che sarebbe stata una cosa ardita ma si poteva tentare. C’erano però altri problemi da risolvere. Il segnale avrebbe necessariamente attraversato diversi centrali di smistamento inoltre, il cavo telefonico, non essendo schermato avrebbe potuto “sporcare” il segnale interagendo con apparati elettrici incontrati durante il tragitto.
Noi comunque ci provammo. Fu di grande aiuto l’esperienza e la capacità del costruttore del mixer, il sig. Massimo Munter, che s’inventò un artifizio. Nel dettaglio non so come fece ma a grandi linee la soluzione da lui escogitata fu quella di trasformare il segnale, prima che uscisse dal mixer, in qualcosa di poco permeabile ai disturbi, per poi ritrasformarlo (una volta arrivato a destinazione) in qualcosa di miracolosamente pulito e nitido.
E l’artifizio funzionò!

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Sedicesima puntata – (Tutto nuovo: anche il nome)

Sì, vabbè ma tra il dire e il fare c’è sempre di mezzo il mare, no?
Allora la situazione era questa: i nuovi studi quasi pronti ma, pur avendo trovato una soluzione tecnica per trasferire il segnale fino all’antenna (vedi puntata precedente), occorreva del tempo per eseguire il tutto. Il periodo era giugno e si temeva che non fosse possibile effettuare il cambio di studi prima delle ferie. Per di più, in tutto questo meccanismo, si stava per inserire una novità dagli effetti dirompenti per tutti noi.

C’erano stati dei contatti con un’altra emittente (Radio Punto Stereo) che trasmetteva sugli 88 Mhz. L’idea, non so di preciso chi l’abbia avuta ma certamente fu condivisa da entrambe le parti, era di unirsi per sottolineare una certa presenza un po’ più marcata e significativa. Inoltre la vicinanza della loro frequenza (88) con la nostra (92) sembrava fatta apposta. Nasceva così, se pur in forma embrionale, una rete radiofonica o, come si direbbe oggi, un network
Ai giorni nostri sentir parlare di network è normale, scontato, automatico, ovvio… ma nel 1977?
No, non lo era affatto. Ci volevano menti raffinate e avanti, precorritrici dei tempi e, chissà come, tali personaggi c’erano sia da “noi” che da “loro”.
Ragionandoci sopra ora, a distanza di secoli, mi viene spontaneo considerare ciò che Punto Stereo e Radio Villa posero sui piatti della bilancia, offrendo il meglio per ottenere di più, una consacrazione o se vogliamo una parte importante nella scena radiofonica che, in quegli anni, si stava componendo a Milano e in tutta Italia.
Punto Stereo poteva offrire una frequenza più “coperta” e quindi poteva darci quella propagazione che per tanto ci era mancata. Noi invece offrivamo studi avveniristici e moderni, che non sfigurerebbero nemmeno oggi (e questa non è una esagerazione! In seguito avrete modo di constatarlo personalmente).
Come si poteva chiamare la nuova emittente? Radio Villa Briantea o Radio Punto Stereo? La condizione delle due radio era paritaria e nessuno voleva rinunciare alla propria identità.
L’escamotage fu quello di scegliere, anche se a malincuore e questo valeva per entrambe le radio, un nome nuovo. E’ vero che così facendo si perdevano le identità iniziali ma la novità, il network, era cosa assai interessante e pareva offrire enormi potenzialità.

Nella quarta puntata si è parlato di Radio Luxembourg, descritta come nave scuola per noi giovani DJ e infatti lo fu. Se ricordate ho parlato di come, di notte, sfruttando la propagazione del segnale AM, le musiche e gli speakeraggi della “mitica” arrivano fin qui (in Italia) a gratificarci, facendoci sognare su come si doveva fare e su cosa potevamo fare. In effetti noi ascoltavamo Radio Luxembourg perché, molto banalmente, era l’unica che arrivava fin qui ma, se avessimo potuto scegliere (e se avessimo avuto la macchina del tempo) di certo ci saremmo fiondati su altre radio un po’ più simili a noi o a ciò che la legislazione italiana ancora considerava fossimo: pirati!.
Nel 1974 quando in Italia esordì la prima radio non fu inquadrata come “privata”. No! Fu definita “radio pirata” e anche le altre che nel breve la seguirono dovettero scontrarsi con uno “status quo” che stentava a riconoscer loro la giusta collocazione.
Radio Luxembourg invece, negli anni 70, aveva ormai ben poco della radio pirata. D’accordo era nata come tale e stiamo parlando del 1933, epoca in cui la legislazione europea era poco incline a favorire quel tipo di libertà, infatti per aggirarne gli ostacoli trasmetteva i propri programmi, diretti prevalentemente verso il pubblico inglese, dal Lussemburgo.
Noi ascoltavamo Radio Luxembourg ma sapevamo che non era stata l’unica e anzi, ben altre , in modi assai rocamboleschi, l’avevano preceduta. Sto parlando delle radio off-shore degli anni 60 che per poter “campare” aggiravano le limitazioni legislative trasmettendo da vecchie motonavi ormeggiate al di fuori dalle acque territoriali.
Ci ispirammo quindi a una di queste che durante l’intero periodo d’attività, non cambiò mai il proprio status di “pirata”. Volete mettere il fascino di una emittente e di un DJ che trasmette a bordo di una nave, avvolta dalla nebbia, nel Mare del Nord?
E così decidemmo di chiamarci come una di loro, forse la più famosa o quella che ci aveva colpito nella sonorità del suo nome: Radio Veronica.

Naturalmente preparammo degli adesivi (all’epoca molto importanti per farsi pubblicità) incaricando nuovamente Miranda per lo studio e la realizzazione del logo.
Quello che segue, e che potete scaricare in dimensione originale, è uno dei tanti che facemmo, il più famoso:

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Diciassettesima puntata – (SIM sala boh?)

Settembre 1977, spazi espositivi del centro fieristico di Milano, 11esimo SIM:
Salone Internazionale della Musica.

Adesso ci vorrebbero squilli di trombe e con tono enfatico declamare: “Radio Veronica, l’unica radio privata a essere ammessa, nel 1977, all’interno degli spazi espositivi del SIM”.
E sì, fu proprio così: l’unica radio. Sul perché accadde proprio a noi preferisco, al momento, sorvolare. Tornerò più tardi sull’argomento. Ora mi preme raccontare un po’ di quella esperienza in cui, durante una manciata di giorni, incontrammo persone e vivemmo una notorietà inimmaginabile.
Premetto che fummo ospiti dello stand della Munter (che oramai dovreste conoscere bene). L’azienda, portava così alla ribalta le proprie apparecchiature, in un periodo in cui pochi altri s’erano cimentati e che ritenevano godere d’una egemonia inscalfibile.
Ovviamente la nostra presenza non era, e non doveva essere solo di contorno. L’intenzione fin all’inizio fu quella di trasmettere in diretta dalla fiera. Ci stimolava assai il poter ripetere quella semplice frase: “in diretta dalla fiera di Milano”. Fino allora solo la RAI aveva potuto farlo, fino allora…

Ci procurammo un trasmettitore e un’antenna. Gli impianti di regia, ovviamente, erano quelli dello stand Munter. Quindi c’erano tutti gli ingredienti e anzi, ce n’era uno in più: il pubblico. Infatti non capitava spesso, a una radio, d’avere persone assiepate intorno al banco di regia ma, al SIM, c’erano.
Per sorte ci toccò un padiglione in cui vi era, proprio a pochi metri da noi, una televisione già abbastanza famosa e che nel breve sarebbe diventata un colosso: Telemontecarlo.
Incontrammo Enzo Tortora e Mike Bongiorno che, mentre raggiungevano lo studio televisivo (anche loro trasmettevano dalla fiera), si soffermarono a rimirare questa Radio Veronica così dotata di strumentazione modernissima. Incontrammo Jocelyn, un DJ della radio francese, che s’era inventato un programma televisivo in cui si faceva riprendere da telecamere mentre cambiava dischi e parlava al microfono, come fosse alla radio. Questa trasmissione che, nonostante il titolo “Un peu d’amour, d’amitié et beaucoup de musique”, era diffusa in italiano, fu per qualche tempo un cavallo di battaglia di Telemontecarlo che così si fece conoscere quale portatrice di novità assolute per il pubblico televisivo nazionale. L’egemonia della RAI già scalfita da Telecapodistria e dalla TV Svizzera, veniva ulteriormente messa alla prova. Tempo un anno ancora e le prime televisioni private italiane sarebbero apparse, innescando la valanga tecnologica e di scenario i cui risultati sono oggi visibili nello scorrere dei canali, avanti e indietro, sui telecomandi dei nostri apparecchi televisivi.

Vennero a trovarci artisti affermati, come Dario Baldan Bembo, e altri che, sfruttando l’onda lunga del nuovo movimento punk tentavano d’imporsi (Ivan Cattaneo).
Ah che soddisfazione, quelle mattine, in cui attraversando i viali del villaggio fieristico incontravamo i furgoni delle radio concorrenti attrezzati per trasmissioni esterne: loro stavano fuori e noi all’interno, in uno stand vero e proprio, con il pubblico, le telecamere e ogni altro gingillo che completava assai bene il quadretto neo-tecnologico.
Ma perché noi, gli unici dentro, e tutti gli altri fuori?
Premessa: all’epoca, all’interno degli stand, non potevano svolgersi trasmissioni se non con apposite autorizzazioni, difficilissime da ottenere. Immagino che Telemontecarlo disponesse dei necessari nulla osta mentre per le radio, e parlo in generale, chi poteva, nel 1977, assumersi la responsabilità di firmare documenti a favore di soggetti che solo qualche mese prima erano stati considerati né più né meno che… pirati?
Ecco perché le radio dovevano restare fuori. Fuori come se l’esterno garantisse loro una sorta di limbo in cui poter sguazzare senza il bene placido di nessun organismo fieristico direttivo.
Già, e allora perché Radio Veronica trasmetteva dall’interno? Perché, e qui mi viene da ridere, semplicemente noi di Radio Veronica ignoravamo quel divieto. Davvero. Non sapevamo che era vietato e quindi facemmo e organizzammo tutto nella più completa e beata ignoranza. E che cazziatoni tirammo agli inservienti, nei giorni antecedenti la fiera, solo perché tardavano nell’aprirci le porte che davano accesso ai tetti dove installare l’antenna o perché non ci collegavano l’energia elettrica necessaria per le prove tecniche. La nostra spavalderia doveva essere talmente elevata che a nessuno venne in mente, anche solo lontanamente, di domandarci se perlomeno disponevamo delle necessarie autorizzazioni. Nessuno ci chiese nulla e tutti esaudirono prontamente le richieste che avanzavamo di volta in volta per installare le apparecchiature trasmittenti. Tale nostra ignoranza sarebbe restata tale se non mi fossi imbattuto, durante quei giorni del SIM, in un discorso fatto con un tecnico di un’altra emittente, che molto ingenuamente mi domandò in che modo fossimo riusciti nell’impresa, visto che la sua radio, se pur ben introdotta nel sistema, non ci era riuscita. Credo che il mio sguardo e il silenzio profondissimo in cui m’avvolsi fu sufficientemente esaustivo per entrambi.
Ho notizia che poi, negli anni successivi, alle radio partecipanti al Salone Internazionale della Musica, fu consentito di effettuare trasmissioni in diretta da stand interni.

Dell’esperienza SIM ho recuperato, grazie a Fabrizio DL, qualche documento fotografico che trovate qui sotto.

Sim_Baldan_500

Dario Baldan Bembo

Sim_Cattaneo_500

Fabrizio DL con Ivan Cattaneo
(in primo piano Salvino D)

Sim_Cris_500

Da sinistra: Fabio V, Cris DL, Salvino D

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Diciottesima puntata – (Una potenza elettrizzante)

Il nostro vero cruccio, che non ci abbandonò mai, fu la propagazione del segnale.
Noi sempre così insoddisfatti, noi che desideravamo sempre di più, noi sempre alla ricerca del meglio.
Ci sono cose in una radio che si vedono, come gli strumenti di regia, e altre che restano nascoste, spesso relegate in solai e terrazzi, di cui nessuno sa, se non solo inconsciamente.
Mi spiego meglio:
quando cerchi la tua radio preferita, girando la manopola del sintonizzatore, giungendo nei pressi della frequenza cercata t’aspetti di trovartela lì, bella e nitida. E se questo succede, ovunque tu ti possa trovare, significa, ma a questo tu non ci fai caso, che quella radio sta trasmettendo con la potenza necessaria per non… deluderti. Per te è cosa naturale ma per chi si è sforzato per ottenere ciò, ti posso garantire, che ce ne è voluto di impegno, purtroppo non solo fisico ma, ahimè spesso e volentieri anche economico.
Finora ho insistito sulle apparecchiature di regia, ora invece desidero porre il giusto accento su quegli strumenti che fanno il lavoro “sporco” e che sono importantissimi… vitali: antenna e trasmettitore.
Immaginate, e parlo della gamma di frequenza FM quella che va da 88 a 108 Mhz (anche se il discorso può valere, con qualche distinguo, per le onde medie, corte, etc.etc.), che ogni trasmittente sia come un qualcuno che racconta qualcosa, solo che per farlo ha un sola possibilità: stare, su di un lungo viale, fermo e allineato con altri “qualcuno” che hanno anche loro “qualcosa” da dire. Una regola gestisce il quieto vivere dei “raccontatori”: non devono mai sovrapporsi con i loro discorsi. Per fare ciò ci si potrebbe accordare in modo che due raccontatori siano separati da una distanza di qualche metro in modo che chi volesse ascoltare il primo sarebbe adeguatamente separato dal secondo, del quale così non potrebbe giungergli alcuna parola. Una cosa simile accade con le trasmissioni: ogni stazione è separata, per convenzione, da qualche megaciclo dalla successiva. E così si può completare l’intera gamma di frequenza.
Ma cosa accade se, (immaginate ancora il viale con tanti raccontatori), qualcuno alza un po’ la voce per farsi sentire da più persone, per raggiungere un pubblico più vasto?
Come minimo succede che i due a fianco, per continuare a farsi sentire dai propri seguaci dovranno, a loro volta, alzare un po’ di più la voce.
Questa in pratica è l’altra battaglia, quella sconosciuta, che noi come tanti altri delle radio libere, abbiamo dovuto combattere fin dall’inizio. C’era sempre qualcuno che urlava un po’ più di noi, costringendoci quindi a fare altrettanto per garantire agli ascoltatori la .nostra presenza in FM.
Non ho notizia delle potenze irradiate dalle radio attuali ma credo siano notevoli. Di una cosa però sono certo: RVB iniziò a trasmettere con 30 watt divenuti poi, in poco meno di due anni, 1.700 watt. Se la progressione è questa, potete ben immaginare quali siano oggi le potenze in gioco!

L’investimento per un “lineare di potenza” di quasi 2Kw fu notevole. Non solo per l’oggettivo costo del trasmettitore ma perché, per una potenza simile, la vecchia antenna non andava più. Quindi altra spesa. Ovviamente le dimensioni dell’antenna erano talmente distanti dalla vecchia che il palo, su cui per quasi due anni se n’era stata appollaiata, andava anch’esso sostituito con qualcosa di adeguato. Un traliccio poteva andare bene.
Quando vidi per la prima volta le dimensioni del cavo che sarebbe uscito dal 2Kw per raggiungere i quattro elementi a forma di T, di cui era costituita l’antenna capii all’istante che tutto sarebbe notevolmente cambiato. Si passava da un diametro di 12 a uno di 30 millimetri, con la stessa progressione che regola il passaggio da una matita a un pennarello indelebile.
Così come c’erano miti per gli impianti di regia (Munter era uno di questi), e per i trasmettitori (Rohde Schwarz), anche per le antenne c’erano sogni da concretizzare. A dire il vero c’erano anche delle utopie (le antenne Kathrein) ma che fortunatamente rimasero tali: il costo sarebbe stato davvero eccessivo e probabilmente insostenibile. Per di più “la Kathrein” dava il meglio di sé per potenze dieci volte la nostra.
Rimane il fatto che l’antenna che scegliemmo, della Irte (azienda italiana di tutto rispetto), era stata per molto tempo da noi solo sognata, e che ora però, finalmente, potevamo comperare.
Il trasmettitore da 2Kw fu fatto costruire da un’azienda di Milano esperta in lineari di potenza.
Io e Fabrizio andammo a ritirare l’antenna alla Irte in zona Varese. Riuscimmo a caricarla nell’auto perché in realtà era costituita da quattro elementi separati di metallo, sagomati a forma di T, e che eravamo riusciti a far entrare nella Ford Taunus del papà di Fabrizio.
I quattro “dipoli” furono poi affidati all’antennista (Pasqualino) il quale provvide a posizionarli in modo adeguato, distribuendoli in altezza sul traliccio, seguendo alla lettera le istruzioni del fabbricante, così da formare una costruzione imponente e… potente.

Quando accendemmo il trasmettitore per la prima volta, di fatto nelle vicinanze nessuno s’accorse di nulla, nemmeno noi. Apparentemente niente sembrava cambiato. Sapevamo per certo che gli impianti funzionavano alla lettera ma un aumento così sostanziale di potenza non lo si apprezza nelle vicinanze dell’antenna. No! Ti devi allontanare un po’.
Eravamo passati da un raggio di decine di chilometri a centinaia. Non ci fu bisogno nemmeno di muoverci per constatarlo. Ci bastò registrare, con estremo piacere, l’allargamento sostanzioso del bacino d’ascolto. Ci arrivavano riscontri, da fuori provincia, sotto forma di telefonate di ascoltatori entusiasti della nostra programmazione.

Durante i primi giorni di trasmissione, tecnici della Teleservice di Milano, giungevano da noi per assicurarsi che la loro creatura, il trasmettitore, si comportasse come dovuto e non ci fossero anomalie. Lo seguivano come si sarebbe fatto con un bambino affidato a nuovi genitori.
In occasione di una di quelle volte successe che il tecnico, (il quale evidentemente sapeva dove mettere le mani all’interno di quel contenitore di metallo le cui dimensioni facevano ricordare un frigorifero), controllasse il sistema di raffreddamento posto sopra la valvola di potenza, grossa come un melone e luminosa come una lampadina, avvicinando una mano con l’intento di saggiare la quantità d’aria soffiata dal sistema: “Senti come soffia bene…” disse, forse parlando tra sé e sé o per renderci partecipi della sua soddisfazione. La cosa però fu mal interpretata da uno di noi, Senzanome, che assisteva all’operazione e che si sentì quindi investito da quella frase a provare ciò che il tecnico stava affermando.
Senzanome avvicinò la mano alla valvola ma, con grande probabilità, troppo vicino ad essa, a tal punto che fu investito da una scarica elettrica di qualche migliaio di volts. Fu prontamente allontanato dall’apparecchiatura e si constatò che, fortunatamente, non si era fatto male. Il rischio di una folgorazione dagli esiti infausti era una delle eventualità che il tecnico sapeva poter celarsi in quella sventurata azione.
E così ce ne andammo tutti a casa, primo fra tutti Senzanome, contenti dello scampato pericolo.

Questa è stata una puntata un po’ più tecnica delle altre e me ne scuso. Ma dovevo, ci tenevo a raccontarvi anche ciò che accadeva sui tetti. Lì si sviluppavano altre storie, con altri personaggi e comunque importanti tanto quanto le voci che si potevano ascoltare alla radio. Quelle storie e quei personaggi mi sono restati dentro al punto che ancora oggi, girando per le città, mi capita di scrutare i tetti delle case e quando vi scopro antenne trasmittenti, torno all’istante anch’io lassù e di colpo rivedo lo smog della città depositato in polvere sui cavi, sul traliccio e risento il vento respirato alto dalla base del trampolino da cui viene lanciata la musica.

Curiosità:
Ricordate della scossa elettrica presa da Senzanome e dello scampato pericolo di folgorazione?
Ecco, devo dire che per la verità un piccolo inconveniente si presentò da lì a poco e di ciò se ne accorse prima fra tutti Titti, la fidanzata di Senzanome. Non so come spiegare ma quella scossa ebbe la conseguenza di far compiere ai due fidanzati qualche settimana d’astinenza, diciamo amorosa, visto che uno dei partecipanti proprio non riusciva più a esprimersi come una volta. Immagino che per i due piccioncini fu un periodo molto duro… anzi no! Non lo fu proprio per niente…

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Diciannovesima puntata – (In diretta nel tempo)

Il narrare della radio è un viaggio nel passato e chi legge, (ma anche chi scrive), è seduto nella macchina del tempo per un giretto nei ricordi. Ne abbiamo già fatta molta di strada, così tanta che ormai poche puntate ci separano dalla fine. Siete pronti ad affrontare le ultime emozioni di questa storia? Spero proprio di sì. Va bene dai, si continua:

quando poi la nuova sede iniziò le attività, fu veramente divertente. La famiglia s’era allargata, (con i DJ di Punto Stereo), portando una ventata di novità che unita al luccichio dei nostri studi, beh, ci regalava un’energia positiva.
Ricordo la nostra programmazione spumeggiante, i giochi per bambini, tipo quello costruito apposta per la Star che desiderava far conoscere un suo nuovo prodotto antagonista della “Nutella”, il “Ciao Crem”.
Le famose dirette notturne con il mitico Arc-en-Ciel (ricordate la sesta puntata?), i quiz di Senzanome, le parole crociate del giovedì, i gialli radiofonici, la hit-parade e il “Giocone” domenicale dei vulcanici Angelo e Charlie, la rubrica di teatro curata da Riccardo Peroni con le interviste ai big… a proposito, adesso vi racconto di quella volta che andammo a casa di uno di loro:
la squadra era composta da me (con l’immancabile Revox), Fabio (Barese) e Riccardo. Ne avevamo già visti di mostri sacri ma quella volta, beh quella volta, fu davvero speciale, era il 1977, due anni dopo l’enorme successo riscosso dal film “Profondo rosso” di Dario Argento (chi non l’ha visto alzi la mano!), orbene dove ci portò Riccardo? Chi intervistò? Andammo a casa di chi, unitamente con la sapiente regia di Argento, ci aveva fatto sobbalzare sulla poltrona del cinema, intrigandoci con la propria musica. Sto parlando di Giorgio Gaslini, jazzista, compositore, arrangiatore e chi più ne ha più ne metta. Noi tre a casa sua, sorbendoci un tè, a discutere con lui e azzerandogli i pasticcini che la sua gentile consorte ci offriva. Indimenticabile, semplicemente indimenticabile.

La radio era tutto questo e molto di più. C’era vita là dentro. Un via vai di persone continuo, musica, tanta musica, cantanti e trasmissioni storiche tipo “Buona notte Milano”, dediche e dischi, amori e amicizie, panini e scontrini del bar.
Ed ecco riaffiorare nei ricordi un’altra cosa che desidero sottolineare: all’epoca i Pooh cantavano “…il piatto che gira, la luce è sciolta nel caffè…” ed era proprio così.
Se adesso potessi proporvi “In diretta nel vento”, come avrei fatto una volta posizionando il disco di vinile sul giradischi della radio, potreste immedesimarvi appieno nell’atmosfera del tempo… e qualora vi capitasse davvero d’ascoltarla, consideratela pure una mia dedica per voi!
Ed è con quella che vi saluto, ciao.

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Ventesima puntata – (Punto e basta)

L’esperienza delle radio libere fu, all’epoca, una cosa nuova per tutti: operatori, fornitori di servizi, venditori d’accessori, tecnici, antennisti, pubblicitari, etc. etc.
Pertanto, come in tutte le esperienze, nel conto andava messo un certo rodaggio degli ingranaggi.
Noi di RVB pagammo il nostro prezzo, non so se rapportandolo a quello di altre radio colleghe, potrei definirlo caro, giusto o incredibilmente sproporzionato, ma sta di fatto che spesso qualcosa si rompeva e dovevamo correre ai ripari.
Non so nemmeno come mai, davvero proprio non ricordo, il nostro fornitore di strumentazione da battaglia – cuffie, microfoni, lettori di cassette (allora si usavano!), giradischi, puntine e quant’altro, fosse uno di Lecco (per chi non è di Milano sappia che la distanza tra le due città è di una quarantina di chilometri). Sta di fatto che molti sabati mattina io, Fabrizio e la fedele Ford Taunus ci fiondavamo da Chicco Riva, nel suo splendido negozio (con vista lago), per ricoverare apparecchiature bisognose di amorevoli cure o ritirare quelle miracolate per poi riportarle, velocissimamente, a Milano in radio. Non abbiamo mai conteggiato il numero delle nostre gite d’emergenza ma il numero è sicuramente in doppia cifra.

I sabati erano quelli in cui si cercava di sistemare le cose rotte durante la settimana oppure si andava per negozi ad acquistare i dischi d’importazione… d’importazione? Non sapete cosa sono i dischi d’importazione? Spiego:
negli anni settanta la discografia nazionale era regolata da meccaniche che ancora stentavano ad adeguarsi al premente mercato internazionale.
Prima delle radio libere, noi ascoltatori, non ci sognavamo nemmeno cosa poteva esserci al di là delle Alpi. Sì, qualcosa arrivava anche in Italia ma sempre con i tempi pachidermici voluti da chi reggeva e controllava il mercato discografico. Poi le radio e, sopratutto, le loro idee iniziarono a formare un pubblico sempre più attento e affamato di novità musicali. In parallelo con la crescente domanda apparvero i primi negozi di dischi d’importazione (solitamente si importavano 45 giri senza nemmeno la copertina ma con una busta semplice semplice), gestiti (fortunatamente) da visionari illuminati che seppero interpretare alla perfezione il momento! Così, con un ritardo di qualche giorno, anche in Italia giungevano le novità, i dischi di successo inglesi e americani e le radio potevano diffonderle nell’etere, con piena soddisfazione di tutti.

Tornando ai sabati in cui si riparavano le cose rotte beh, a volte non si riusciva ad aggiustare proprio tutto…
La prima cosa che iniziò a funzionare male, in modo irreparabile, fu il sodalizio con Radio Punto Stereo.
Pensandoci ora, a freddo con le bocce ferme da secoli, la vera domanda che mi pongo è: in quei mesi di convivenza, come eravamo riusciti a far coesistere quelle due realtà?
Non lo so. Forse il collante fu la voglia di novità, il desiderio di sperimentare (ricordate? l’esperienza di fatto aveva creato un network), o chissà che altro… alla fine comunque l’entusiasmo si spense, poco per volta, piano piano e ognuna delle parti rientrò nel proprio guscio. Non ci furono porte sbattute, odio, parole grosse. La cosa si spense come tante volte accade nella vita ma, e questo voglio sottolinearlo, di quell’esperienza ho un ricordo molto positivo.

Curiosità:
Nel periodo di cui sto raccontando andavo ancora a scuola. Nei sabati in cui accompagnavo, Fabrizio a Lecco, o Franco a far incetta di dischi in via Torino da Fiorucci (uno degli importatori di dischi), avrei dovuto essere a scuola, ma tant’è…In una sorta di dispensa papale la mia preside d’allora ( e anche qualche professore) chiusero un occhio autorizzandomi di fatto ad assentarmi in modo così frequente. Sapevano della mia attività e (credo) se ne compiacessero. Non li ho mai ringraziati per avermi permesso di vivere così intensamente quel sogno e… beh, lo faccio ora: grazie!

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Ventunesima puntata – (Lacrime di coccodrillo)

E siamo arrivati al 1978. Chiusa la parentesi “Punto Stereo” iniziò l’ultima, quella definitiva che ci avrebbe condotti alla fine.
Di noi s’era accorto qualcuno della RAI regionale lombarda, il quale ci contattò proponendosi come direttore dei programmi.
La cosa di per sé ci inorgoglì perché sentir parlare di RAI, nonostante la si considerasse un pachiderma statico e antico, significava che, forse, qualcosa di buono si stava producendo tanto che se ne era accorta anche mamma RAI.
Tant’è che dopo riunioni, incontri e presentazioni di programmi decidemmo d’affidarci a questo professionista che lasciava la Radio di Stato per noi. Ovviamente lo stipendio che avremmo dovuto passargli era proporzionale a ciò che lui rappresentava.
Noi saremmo diventati degli “editori” e lui, avendo ottenuto carta bianca, poteva e doveva organizzare l’intero palinsesto della radio. Di fatto quindi ci fu il nostro allontanamento dal microfono per dedicarci a cose molto più elevate…
Ovvio che così l’anima della radio stava cambiando e con lei doveva cambiare anche il nome. Radio Veronica non poteva funzionare con ciò che il nostro nuovo direttore dei programmi aveva in mente.
Fu scelto, e non ricordo né quando e né da chi, “Radio Città di Milano”.
Per qualche mese le cose procedettero in una sorta d’inerzia svogliata, perché, anche se non volevamo riconoscerlo la nostra creatura non era più la stessa: volevamo essere il Festivalbar, il juke-box e invece eravamo diventati niente di più di un radio giornale.
Ma fu all’indomani dell’omicidio Moro che tutto precipitò. Tanto per farvi un’idea dell’apatia nella quale eravamo sprofondati, immaginate che furono gli ascoltatori a informarci e nel contempo a chiederci spiegazioni circa il delirante “coccodrillo” (*) che in quelle ore trasmettevamo. Capite? Nemmeno sapevamo più, che cose la radio trasmetteva!

Due giorni dopo, in una riunione serale, protrattasi fino all’indomani si discusse, finalmente, di quello che eravamo diventati. C’era chi assolutamente non ci sarebbe stato a continuare così, e c’erano quelli che desideravano continuare, magari apportando qualche ritocco ma comunque avanti con quella linea editoriale.
Le percentuali di chi voleva continuare sulla quella linea e di chi no, erano paritarie: 50% contro 50%. Purtroppo non si trovò l’accordo e quindi io, Fabrizio, Maurizio e Franco uscimmo dalla società.
Quella sera che sancì la scissione, tutti noi perdemmo qualcosa.

(*) con il termine “coccodrillo” s’intende una particolare programmazione che le emittenti (radiofoniche o televisive) inseriscono nei propri palinsesti in occasione di funesti eventi quali, per esempio, la morte d’un presidente, del Papa, etc. etc. Generalmente il “coccodrillo” ripercorre le tappe della vita del defunto ed è corredato da musiche e messaggi enfatici.

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Ventiduesima puntata – (Epilogo)

Noi, e con noi intendo i sei fondatori della Radio, non eravamo più DJ… diventando “editori” ci eravamo snaturati. Il microfono non faceva più parte delle nostre attività. Dirigevamo altri che diventavano così nostri dipendenti. Le entrate pubblicitarie ci consentivano appena di pagare tutto il personale. Ma la Radio necessitava di investimenti continui e quindi, continuamente, provvedevamo in prima persona. Alcuni di noi erano ancora studenti e quindi lo sviluppo della Radio pesava sulle casse domestiche di mamma e papà.
Eravamo oramai da tempo entrati in un sistema che non ci apparteneva più. L’entusiasmo iniziale era stato soffocato dal profitto, che altri ipotizzavano si potesse fare (sulle nostre spalle), e dalla politica, così lontana dagli intenti che ci avevano condotto fino a lì.
Inutile ora recriminare sul chi e sul perché: la “radio-bestia” semplicemente s’era rivoltata sbranandoci, senza che nemmeno ce ne accorgessimo.

Mi è capitato varie volte di parlare ancora con i miei vecchi soci-amici con i quali, affrontando il discorso relativo alla fine della Radio, siamo giunti sempre alla stessa conclusione: “eravamo dei sognatori, non potevamo sopravvivere a un sistema che pur avendo avuto bisogno di noi, una volta avviato, ci aveva digeriti ed eliminati.”
Ecco, quello che nonostante tutto mi rende felice è proprio questo: il poter parlare con i miei vecchi amici e accorgermi che anche se un po’ imbiancati, attempati e segnati da decine d’anni di vita, i nostri occhi sono rimasti gli stessi. Vi rivedo l’entusiasmo e la voglia di sperimentare… Inoltre c’è l’orgoglio d’aver realizzato qualcosa dal nulla, un qualcosa che s’è trasformato da idea a realtà. E questo qualcosa, è ancora presente in tutti noi. Certo non è più nei pensieri quotidiani ma, basta fermarsi un attimo, voltarsi un poco indietro ed eccola lì: RVB fa parte di noi in un modo talmente viscerale che anche se facessimo finta di no non riusciremmo a convincere nessuno e primi fra tutti, nemmeno noi stessi.

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Ventitreesima puntata – (Sigla!)

Ed eccoci così arrivati alla fine di questa storia. Solo di questa però. Sì perché l’altra, quella che tutti noi abbiamo in mente, scolpita nella memoria, beh, quella non finisce qui.
A tal proposito tutta questa storia, tutte queste puntate diventeranno, presto, un libro, corredato da fotografie e qualche chicca che ho recuperato grazie all’aiuto di amici che non hanno dimenticato nulla di quell’esperienza e, molto più previdenti di me, hanno conservato una documentazione che presto vedrete stampata su… 92 (questo è il titolo!).
92 è già in lavorazione e sarà disponibile da febbraio 2014. Qui sotto potete dare un’occhiata alla copertina:

92_3D

Adesso dobbiamo veramente lasciarci, temporaneamente s’intende, e desidero farlo con una dedica. Sì, una dedica come si faceva una volta alla radio!

…e allora, dedico questo lavoro, principalmente a tutti gli ascoltatori che hanno fatto diventare importante RVB e ancora oggi a distanza di “secoli” si ricordano e la ricordano con simpatia e affetto. Senza ascoltatori nessuna emittente può definirsi tale. RVB era la loro casa, il salotto dove intrattenersi con gli amici, il punto d’incontro e di partenza per nuove avventure, il juke-box personale… RVB era un’amica, la nostra, di tutti.

E poi ancora (in rigoroso ordine alfabetico) dedico a:

Agenzia Manzoni & C.
Angela Mori
Angelo & Charlie (professionisti che inventano i giochi)
Arc-en-ciel “mitico!”
Augusto Caputo
Chicco Riva
Clay Wilson
Clementino Giglio
Cristina Magni
David Messina
Edmondo Pradelli
Enzo (il tenente di Roma)
Erre 23 – (il nostro primo sponsor)
Fabio De Marinis detto “Barese”
Fabio Vicentini detto “Biscio”
Fabrizio De Liberato detto “KK”
Franco Cassol
Franco Parenti
Fràssatis “mitico!”
Giorgio Gaslini
Irene
Ketty
Luciana Savarola detta “Lucy”
Mario Luzzato Fegiz
Mario Parinello detto “Marietto”
Massimo Munter
Maurizio Bocchini – (il nostro Sid Barret)
Maurizio Cassol detto “Maogallo”
Maurizio Pagnussat
Max Venegoni
Miranda Muscarà
Paolo Poli
Pasquale “l’antennista”
Patrizio
Perry Stauder
Pippo Jody Sciuto
Pino detto “Machine”
Profumeria Leali – (sponsor storico)
Radio 1 Lombardia
Radio Caroline
Radio Gamma
Radio Luxembourg
Radio Macugnaga
Radio Meneghina
Radio Milano International
Radio Milano Palmanova
Radio Punto Stereo
Radio Regione
Radio Studio 105
Radio Veronica
Renato Brioschi
Riccardo Peroni
Rosanna
Rosy
Salvino Donzella
Senzanome
Stefano Brocca
Società Irte spa
Società Teleservice Lineari potenza FM
Tony Zichichi
Wintrop

È davvero tutto. Vi ringrazio per l’affetto e l’attenzione con cui avete seguito questa storia e…
Sigla!

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Commenti

43 risposte a 92

  1. fracasso scrive:

    grande Cristiano!

  2. fracasso scrive:

    da premio letterario!

  3. CRISTINA scrive:

    Un giorno in radio il portiere dello stabile ci portò un pocchetto indirizzato a Frasatiss; lui non ne volle neanche sapere (forse immaginava qualche cosa) allora io e Mao Gallo ci siamo presi l’iniziativa di gurdarci dentro … pensando ad un regalino !!!
    Cosa ci trovammo ?????
    Una scatoletta tutta Nera a forma di cassa da morto con dentro, avvolto del cotone, un omino di cera con uno spillo infilato nel cuore e un paio di capelli avvolti intorno al collo !!!
    Fu una sconvolgente scoperta che ci apprestammo a distruggere.
    Un Malocchio indirizzato a Lui… sono certa un brutto scherzo.
    ciao

  4. Jody Sciuto alias Pippo Di Staso scrive:

    Caro Cris se ben ricordi non usammo solo i jingles di radio lussemburgo ma anche quelli di altre radio pirata antecedenti alla nostra che trasmettevano nel nord Europa, in particolare ricordo quelli di Radio Veronica, quante ore passai al montaggio per cancellare il nome della radio (che naturalmente non doveva sentirsi) allora non c’erano i computer si faceva tutto a mano tagliando i nastro al punto giusto e rincollandolo con un adesivo speciale, il risultato cmq era ottimo!!
    Ricordo che con l’avvento del revox (una vera meraviglia tecnologica per l’epoca), queste operazioni di montaggio divennero più semplici e veloci.
    Non ci crederai ma nel mio cassetto ho ancora delle registrazioni di Radio lussemburgo del 1975/76 una vera chicca 🙂

    Per quanto mi riguarda ricordo con piacere una particolare trasmissione che facemmo insieme e che ricorderai come mitica, si tratta dell’ultimo dell’anno 76/77 passato a trasmettere in una notte di neve nella …(omissis); alla radio si accedeva … (omissis) INCREDIBILE!!

    Ebbene ricordo ancora il countdown e l’urlaccio che scagliammo al microfono annunciando il nuovo anno: mmmmilleeeeNovecentoooooseeeettantaseeeetteeeeeeee!! Ahahahahahha!
    Quella notte finimmo a casa di Pino Di Marzo detto “Machine” (mascin) che ci invito come guest-Star arrivammo li con una opel Kadett guidata da Salvatore l’unico che avesse la patente.
    “Mascin” che mitico ancora oggi dopo 37 anni è il più grande nostro fan sà tutta la nostra storia e dei particolari perduti od a noi sconosciuti.
    Nella prossima puntata ti chiederei gentilmente di raccontare un’altra cosa straordinaria che successe quell’estate del 1976 e cioè la non meglio identificata telefonata di un certo Salvino Donzella che si proponeva come DJ ed a cui nessuno inizialmente avrebbe scommesso un “sordo de cacio”

    • CDL scrive:

      Ciao Pippo Di Staso (alias Jody),
      ti ringrazio per quanto hai scritto. Ricordo molto bene quella mitica notte… ma non solo: di trasmissioni insieme, io e te, ne abbiamo fatte tante altre, di cui ho un ricordo ancora molto vivo e presente.
      Nelle puntate che seguiranno vedrai che parlerò sia della famosa “grata” che di Salvino e di tanti altri personaggi e aneddoti.
      Colgo l’occasione per invitare te e tutti coloro che disponessero di materiale vario relativo alla Radio a farmelo avere. L’idea che ho circa il completamento della storia di RVB prevede anche l’utilizzo di fotografie, files audio etc. etc.
      Grazie e… ci sentiamo:
      RVB è ancora in frequenza!

  5. Pippo Di Staso (alias Jody) scrive:

    Riferendomi alla 9° puntata il successo della Lucy fu amplificato dal recente successo del film Malizia di Salvatore Samperi del 1974 rimasto impresso negli adolescenti di allora, anche l’abbigliamento usato dalla mitica Lucy somigliava a quello dell’Antonelli nel film, quindi l’abbinata era perfetta, un pò tutti ci sentivamo Alessandro Momo nell’osservare “maliziosamente” la Lucy che scendeva dal tombino con una scaletta simile a quella del film (la scena era uguale) :))) recentemente rivedendo la Lucy, lei stessa ha ammesso che qualche volta scherzosamente ci provocava rimpiangendo ovviamente quei momenti di pura giovinezza ed ingenuità 🙂

  6. franco scrive:

    Grande Cristiano! Come al solito una perfetta stesura!

    • CDL scrive:

      Franco grazie per l’attenzione… comunque non dimenticare che di tutto ciò che riguarda la radio, la nostra radio, tu sei stato e resti una parte indelebile di essa!

  7. Luciana Savarola scrive:

    Ahaha bene mi sento chiamata in causa…..che bei ricordi la serata Pooh chi la scorda più ..( la mia folgorazione x Red inizio’ da quella serata), x quanto riguarda la grata anche quella ormai fa parte del mio bagaglio di ricordi…cmq grazie dei bei complimenti…sopratutto grazie a te Cris ! Un bacio a presto!

  8. Pippo Di Staso (alias Jody) scrive:

    Faccio solo una riflessione.
    Noi che abbiamo vissuto questa esperienza chiamata Radio Libera sappiamo quale importanza ebbe in quegli anni e per quante persone fu una vera e propria nave scuola per gli innumerevoli lavori basati sulla tecnologia futura, artistica e altro, purtroppo a parte qualche accenno in qualche film e qualcosa su internet nessuno s’è ne mai occupato in maniera più approfondita analizzando il fenomeno, se oggi parliamo con qualche adolescente nato con le radio già in essere gli è assolutamente oscura la storia, probabilmente non capisce l’importanza che abbiano avuto.
    A quei tempi mancando internet, e le innumerevoli televisioni che oggi possiamo guardare, inventare le radio libere e soprattutto farne parte era come essere un “piccolo” Marconi o un esploratore, le radio libere allora ebbero un’importanza rivoluzionaria per quanto riguarda le comunicazioni e la libertà dell’etere che era assolutamente monopolizzato dalla vecchia e obsoleta RAI che ormai aveva annoiato le nuove generazioni, che avevano bisogno di nuovi stimoli e soprattutto di socializzare, ricordo a tutti (agli adolescenti in particolare) che nel 1975 esistevano le tre stazioni radio-RAI le semi sconosciute Radio Monte Carlo e Radio Capodistria, e televisivamente parlando e in bianco e nero c’erano solo Rai 1 e Rai 2 (Rai 3 fu aperta solo nel dicembre del 1979) e solo a Milano Tele Alto Milanese che provava a farsi vedere.
    In questa prospettiva l’unico modo che avevano i giovani di allora di poter ascoltare le novità musicali e musica di un certo tipo(la RAI la trasmetteva solo in certi orari e per poco tempo) erano le radio libere, inoltre vi era una scelta variegata in base ai gusti musicali e radio specializzate quindi ad un certo tipo di pubblico.
    Ascoltando le radio di adesso c’è rimasto davvero ben poco dei fasti di quegli anni, i network di adesso sono standardizzati sembrano tutti uguali, anche lo stesso modo di trasmettere dei DJ di adesso è cambiato, sono più “noiosi intrattenitori” che DJ nel vero senso della parola, in qualche modo forse qualcuno si scandalizzerà, ma li paragono ai vecchi speaker della RAI prima dell’avvento delle radio libere nel 75, c’è stata quindi un’involuzione, almeno per quanto riguarda il modo di proporsi.
    Qualcuno mi chiede secondo me qual è la differenza tra un DJ di allora ed uno di oggi, perché lui non se ne rende conto, la mia unica e chiara risposta è che noi primi DJ degli anni ’70 questo lavoro ce lo siamo inventati perché non esisteva se non per pochi eletti, a livello contenuti posso dire parlando di musica che noi trasmettevamo le novità ed allora erano i dischi dei Rolling Stones o di Steve Wonder, che abbiamo cavalcato le onde della più straordinaria evoluzione musicale, dalla disco music al soul ed all’hard rock degli anni 70, alla new age allo ska dei primi anni ’80, all’R&B degli anni ’90 fino all’arrivo dell’House music che secondo mio parere ha accompagnato la vera decadenza musicale che oggi si sente, colpa (come il gatto che si morde la coda) degli stessi DJ che la producono) e non dimentichiamoci un’altra cosa importantissima noi DJ “attempati” trasmettavamo dischi, dischi in vinile e non CD, o addirittura Mp3 come fanno oggi, volete mettere il fascino di scellophanare un disco in vinile ascoltarne velocemente i brani sul banco di regia scegliere il pezzo (più delle volte quello poi di maggior successo) e poi trasmetterlo. Tutta un’altra storia!

    • CDL scrive:

      Bravo Pippo,

      il tuo sfogo è importante perché, oltre a essere la sacrosanta verità, è la giusta continuazione e il completamento della storia, che non è solo quella di RVB ma d’una generazione e un periodo intero, ahimè irripetibile, inoltre aggiunge notizie dando possibilità a chi non ha vissuto “quegli anni” di conoscere i retroscena, raccontati da chi la radio l’ha fatta veramente (costruendola con il proprio impegno e con le proprie mani).
      Hai descritto perfettamente ciò che la modernità dei nuovi stili musicali ha generato, sto pensando sopratutto alla House: una sorta di involuzione che probabilmente lascerà nulla o poco ai posteri. Sono altresì convinto che la musica vera, quella buona, non potrà mai essere dimenticata. Spesso ho potuto constatare di persona che brani storici di band anni 70 tipo, giusto per fare un esempio, i “Boston” con la loro “More than a feeling”, se ascoltati da un giovane di oggi riscuotono in lui le stesse sensazioni che colpirono noi ai tempi e quindi, hai centrato il problema vero: la colpa dell’involuzione è dei DJ. Questi dovrebbero essere un po’ più coraggiosi e meno allineati… e se ci pensi bene è proprio ciò che fummo noi quando sognammo di creare una radio.

  9. Pippo Di Staso (alias Jody) scrive:

    E poi carissimo Cris lasciami dire due parole anche su Salvino Donzella il protagonista della tua 12esima puntata, un siciliano a RVB (non ne bastava uno cioè io) 🙂 ma doveva arrivare lui per farci scoprire forse un modo diverso e straordinario di porsi alla radio a quei tempi.
    Salvino (già il nome non era proprio da DJ) noi amavamo nomi esotici, io stesso cambiai il mio: Giuseppe diventò Pippo, il cognome non sò perchè diventò Di staso, poi avevamo un Maurizio alias MaoGallo, un’altro Izius, poi c’era Perry Stauder (esotico sì, ma l’unico originale) e molti altri fino al più esotico adottato da Edmondo che si faceva chiamare addirittura “Senzanome”, quindi Salvino suonava un pò fuori luogo, era troppo banale, se poi lo abbiniamo all’aspetto non c’azzeccava per niente, non era piccolo di corporatura ed anche se giovane aveva già un mezzo aspetto da adulto, lo ricordo con una chioma riccia da nero, con un pò di pancetta, e con la divisa militare, e anche quando vestiva da borghese sembrava avesse una divisa visto che il colore era sempre verde 🙂 mettiamoci anche che di cognome si chiamava Donzella e allora ecco come il quadro viene distorto perchè di una donzella non aveva proprio nulla, sarebbe come chiamare Shrek (con tutto rispetto) non so……Peppuccio Fanciulla 😀

    Quindi se ricordi bene quando si presentò da noi, sentito il nome e visto il personaggio che ti parlava in tipico accento ragusano, le premesse non erano delle migliori, diciamo che un pò tutti avevamo un pò di perplessità per non dire altro, ma invece……non solo era straordinario ma addirittura diverso da tutti i DJ radiofonici sentiti fino a quel momento nella pur breve storia delle radio libere, era diverso perchè si discostava originalmente da tutti i DJ più blasonati di quei tempi, un modo nuovo mai sentito, una grinta ed una cultura musicale senza limiti che ne faceva e ne ha fatto un dee-jay unico.
    Questo probabilmente era dovuto al fatto che non era stato contaminato da i DJ delle nostre blasonate radio libere quali RMI o Radio Montestella,ascoltabili qui al nord e non in Sicilia da dove arrivava lui.
    Così come RMI aveva fatto la storia delle radio del nord,CTA Fm Stereo di Catania aveva fatto la storia delle radio libere al sud in Sicilia in particolare, da dove lui trasmetteva prima del servizio militare a Milano, la radio si sentiva anche in Calabria ed addirittura varcava i confini italiani fino in Tunisia e libia e naturalmente a Malta dove aveva molti fans, per questo lui parlicchiava anche un pò di maltese e qualche volta anche per scherzo, buttava qualche frase incomprensibile al microfono che suscitava la nostra ilarità ma anche stupore ed ammirazione perché no, il maltese mica lo imparavi a scuola :)l’inglese poi lo parlava correttamente e quando parlava in slang americano presentando i brani di James Brown o di Bob Marley non c’era Leopardo-Leonardo che teneva!!!
    Un vero fuori classe, un talento stratosferico e suonava strano che l’ho avessimo proprio noi in onda e non era andato in qualche altra radio più importante dove per le sue capacità sarebbe stato preso al volo!
    Io rimasi in contatto negli anni successivi con Salvino al punto che lo raggiunsi in una radio a Siracusa dove passai una splendida estate, spesato e pagato 🙂 poi le nostre strade si sono divise come succede spesso nella vita, mentre io lasciai definitivamente le radio dopo qualche anno, mi capitò per caso di sentirlo a radio RAI 2 quanche anno dopo, insieme a Roberto Milone all’ex collega di CTA oggi vice-direttore di rai2 ed ex capo-redattore del TG1.
    Straordinariamente grazie ad internet ed a Facebook sono riuscito a rintracciarlo dopo quasi 30anni, ricordando i bei tempi.
    Oggi Salvino ha una radio tutta sua Antenna Iblea Broadcastingin Val di Noto(ha in un certo senso coronato il sogno di una vita) tra mille difficoltà riesce ancora a trasmettere nonostante qualche serio problema di salute,regalando straordinari momenti ai suoi ascoltatori che l’amano più che mai!

  10. Pippo Di Staso (alias Jody) scrive:

    CURIOSITA’: Come fai a non amare uno che ti presenta Carlos Santana e a fine disco ti dice:
    ……era il coniglio Carlos che lasciamo…..ma lo ascolteremo più tardi perchè per il momento San’tana (che in siciliano vuol dire rintanarsi) Ahahahahahahhah!!!

  11. Jody Alias Pippo di Staso scrive:

    Come al solito mi inserisco dopo una nuova puntata, la 13esima in cui caro Cris ti soffermi sul trasloco dei locali della Radio; da una cantina passare a degli spazi cosi ampi e soprattutto più luminosi, (non erano luminosissimi ma certo più di una cantinaccia in cui eravamo stati relegati fino al quel momento) per tutti fu come passare dalla notte al giorno, in più i vostri investimenti avevano permesso di avere attrezzature di un certo livello ed all’avanguardia per quei tempi.
    Non fu solo un trasloco vi fu un’intera rivoluzione visto che la radio (essendosi spostata da Villa Briantea)cambiò nome e quale poteva essere il nome più appropriato per noi che amavamo le radio pirata antecedenti alla nostra? Questo lo lascio dire e raccontare a te magari nelle prossime puntate.
    Una cosa però mi sento di segnalarti, (l’hai fatto apposta per vedere se eravamo attenti, eh!!??) la piantina è da modificare visto che là dove metti la sala interviste c’era (almeno nei primi mesi) la sala regia da dove trasmettavamo ho anche le foto 🙂 2, e come sai sono, almeno per il momento, l’unico ad averle, preziosissime le posso vendere alla modica cifra di 2 milioni di euro già scontate!

    • CDL scrive:

      Beh, hai proprio ragione Jody: inizialmente, sulla piantina dove ho evidenziato la sala interviste, c’era la sala di trasmissione perché la vera (quella principale era ancora in allestimento, il banco di regia, immenso… richiese diverse settimane per il suo completamento). Ho voluto disegnare la piantina definitiva perché, poi, è proprio quella che desideravo far conoscere… Resta il fatto che da persone… ma che dico, da personaggi come te, che la radio – la nostra radio – l’hanno vissuta in prima persona, costruendola con noi pezzo dopo pezzo, giorno per giorno, sapere che tutto è rimasto cristallizzato in un ricordo così ben definito, beh mi fa enormemente piacere.
      Per le foto, un vero reperto, approfitto dello sconto in modo che prossimamente io possa pubblicarle a beneficio di tutti gli amici…
      Ti sono grato per il tuo costante, attento e affettuoso contributo alla storia di RVB!

  12. Ste scrive:

    Bellissima storia che Jody ha segnalato sulla pagina fb di Villa Briantea:
    grazie a te e a Cristiano che la sta scrivendo…molti ricordi anche per noi piccoli…io abitavo al 14 al secondo, proprio sopra la famosa grata e vi guardavo andare e venire con invidia…
    Le vostre (tante) ragazze poi erano inarrivabili e bellissime e rileggere i retroscena oggi è qualcosa di unico (anche i tuoi commenti aggiungono dettagli unici).

    Attendo le prossime puntate e se sono stato DJ dall’81 al 2006 un po’ è sicuramente anche colpa vostra e di quella grata sotto le mie finestre 🙂

    • CDL scrive:

      Ste,
      ti sono grato per il tuo contributo e mi fa molto piacere sapere che la storia di RVB ti coinvolga in quel modo. Inoltre, venire a conoscenza che quella “grata” è stata artefice d’una passione così vicina al nostro mestiere di smanettatori del mixer aggiunge un qualcosa in più a tutta la faccenda.
      A presto.

  13. Tony scrive:

    Bravo Cristiano….

  14. Pippo Di Staso alias Jody scrive:

    Riferendomi alla 14esima puntata:
    Ecco perché ero cosi allegro i primi tempi che trasmettevo dalla nuova sede, sarà stata la trielina a darmi euforia!

  15. Miranda scrive:

    Eccomi.
    Sono io che ho disegnato l’adesivo di RVB ed allora ero la ragazza (fidanzata era troppo impegnativo!) di Toni Z.
    Il cane era un Bobtail (Meliossa) perchè era il cane che mi aveva regalato Toni.
    Quindi tutte info corrette.

  16. Massimo Munter scrive:

    Mi congratulo al ricordo della vicenda del ponte sostituito dai fili Sip.
    Il ricordo è ASSOLUTAMENTE PERFETTO E CORRETTO, su tutto.
    Congratulations per la memoria tecnica.

    In effetti, ho progettato una cosa inesistente ed impensabile allora sul mercato per trasmettere a distanza su filo.
    Infatti la banda telefonica era strettissima e sarebbe uscita una radio dal “suono telefonico”.

    • Pippo Di Staso alias Jody scrive:

      A parte la rivoluzione sociale e culturale che hanno provocato le radio libere, (cosa attualmente, come segnalato sopra, poco valutata)un po’ come oggi è l’avvento di internet, parallelamente vi è stato un grande sviluppo tecnologico fatto di piccoli e grandi ingegneri nel settore elettronico sia di bassa che di alta frequenza, i quali si sono attrezzati per migliorare sempre di più la qualità delle trasmissioni, questa invenzione di Massimo Munter ne è un esempio STRAORDINARIO se pensiamo che siamo nel 1977, probabilmente oggi la stessa soluzione di Munter è stata impiegata per altre tecnologie, peccato non averla brevettata 🙂
      Ricordo che usavamo anche un compressore limitatore, dopo il DBX (che credo sia stato americano), ne usammo uno costruito in Italia più piccolo con degli indicatori stereo a led, incredibilmente dopo anni, per caso, scoprì che era stato un mio cugino ingegnere siciliano di nome Cosentino a inventarlo e costruirlo, oggi lavora per la Microsoft e da anni vive negli USA, non ho notizie recenti ma credo non se la passi proprio male male 🙂

      • CDL scrive:

        Caro Pippo,
        ancora una volta hai centrato il bersaglio. Mi fa molto piacere sapere che il tuo pensiero su Munter sia questo perché, è lo stesso che noi tutti della radio abbiamo sempre avuto.
        Ai giorni nostri quel tipo di soluzione è normale ma all’epoca?
        Risolvendo quel problema, non solo si dimostrò un tecnico capace ma quella soluzione fu, a mio parere, basata su di una intuizione che mi ricorda il modo di pensare del… genio.
        Attualmente Massimo si occupa di… come dire, arredamenti tecnologici per imbarcazioni: illuminazione (anche subacquea) e sistemi hi-fi. Puoi ben immaginare cosa, a bordo, sia in grado di combinare.

        Ti sono grato per l’attenzione con cui segui la storia di RVB.
        A presto

  17. Pippo Di Staso alias Jody scrive:

    In riferimento alla 16° puntata:
    Ahhhh Radio Veronica! Aaaaaa quell’adesivo!!
    Bè lasciamo stare su come l’hai ritrovato 🙂 va bè lo dico te l’ho dato io, come del resto il primissimo ed unico di RVB.
    Caro Cris per tua conoscenza sono ancora in possesso della primissima busta intestata con il logo RVB datata giugno 1976 (quindi stampata pre-radio presumo) anch’essa vendibile alla modica cifra di un milione di euro, non tanto per la busta, ma perchè conteneva una lettera con i resoconti degli sviluppi della radio nuova che si andava a fare, l’unica a quanto pare scritta nella sua vita da Maurizio B. a me spedita quando ero in vacanza in quella famosa estate.
    La stessa mi è stata richiesta da un collezionista di adesivi e cimeli delle prime radio, perchè forse non lo sai ma vi sono collezionisti anche di questi cimeli, feci molti scambi con questo collezionista (ormai perso di vista) tantè che ancora oggi mi ritrovo in bacheca adesivi di radio ormai sparite, ne ho alcuni anche di radio punto stereo non molto dissimili da quello di radio veronica che hai caricato per forma e stile, probabilmente stampati dallo stesso tipografo.
    La joint venture tra Punto stereo e Villa briantea è da ricercarsi per le forti similitudini storiche delle due radio nate un pò per caso e vicine territorrialmente in quella Milano già metropoli di quegl’anni e poi anche perchè alcuni della nostra radio (compreso me) curiosi di vedere come agiva la “concorrenza” osavano visitare altri studi radio.
    Ricordo Giorgio (credo si chiamasse così il proprietario) di R.P.Stereo e suo fratello in una traversa di via Melchiorre Gioia nel garage della propria abitazione “divertirsi” a fare la radio, tra le loro fila c’era un giovanissino Luca Dondoni oggi affermato opinionista e giornalista musicale e naturalmente ex-DJ che impazziva letteralmente per i jingles da me prodotti per la radio ed anche il catanese trapiantato a Milano classe 1963 Thomas Damiani, DJ poi di peter flowers dove è cresciuto, rtl, capital, station one e produttore di house music orgoglioso del fatto che un catanese come lui (cioè io) fosse passato all’ammiraglia delle radio di allora cioè Radio milano International 🙂
    Infatti come sai fu proprio quando trasmettevo da qualche mese a radio Veronica che vi fu la famosa mitica telefonata in radio di un certo Gigio D’Ambrosio alias Gigio Riccardi di RMI che mi chiedeva di andare a trasmettere da loro.
    Ricordo ancora quel pomeriggio di allora (come dimenticarlo), in cui nei nostri studi c’erano praticamente tutti i dj di allora compreso Max Venegoni e Fabrizio Vicentini, che sbigottiti più di me assistettero alla telefonata.
    In un primo momento pensai ad un tuo scherzo Cris ben congeniato sullo stile “amici miei” del quale come ricordi di cui eravamo dei fans, tant’è che proprio perchè non ci credevo chiesi il numero per richiamare lo stesso Gigio per conferma il quale mi invitava immediatamente a raggiungerlo in Via Locatelli per conoscersi.
    La sera dello stesso giorno fui in onda a Radio Milano International subito dopo il SoulTrain di Leonardo Leopardo orario che poi continuai per tutta la mia collaborazione in quella mitica radio.
    Io credo che tra tutti quelli che inizialmente crearono RVB forse io mi concentrai di più per migliorare le mie tecniche di trasmissione, mentre altri erano più preoccupati ad altri aspetti di tipo burocratico ed economici che sviavano sicuramente dall’aspetto “artistico”.
    Da quel giorno la mia vita ebbe una svolta passai al professionismo e per vent’anni successivi non feci altro che il DJ, poi lo speaker ed il doppiatore, il presentatore televisivo e autore.
    Poi un pò per caso e per fortuna abbinai l’esperienze vissute alla grande distribuzione re-inventando di sana pianta quella che venne chiamata allora “animazione commerciale” nei nuovi grandi punti di vendita che andavano a nascere negl’anni come funghi, cioè i centri commerciali ed i megastore.
    Tutto questo è stato per me come inventarsi la radio com’era successo 10 anni prima con RVB; come pubblicitario creativo la filosofia di anticipare i tempi ed addirittura influenzarli è un tema che mi ha accompagnato per tutta la vita che devo in toto alle esperienze vissute nei primi anni nelle radio, che è stata per me una grande scuola

    • Cris scrive:

      Ricordo molte bene quel giorno, caro Pippo, quando le ragazze del centralino ti passarono (tra l’incredulità e il sospetto) la telefonata di Radio Milano International.
      E non posso nemmeno dimenticare il tuo stato d’animo, una volta convinto che non si trattava di un mio scherzo, combattuto sull'”andare” o il “non andare“: non volevi “tradire” gli amici e la radio che ti aveva messo sul trampolino…
      Come sai, tutti noi ti spronammo a prendere la giusta decisione che fu quella di andare.
      Certo, andare in quella radio che era semplicemente “il mito”! Poi, tutto quello che ti è accaduto dopo è frutto unicamente del professionismo e dell’applicazione.
      Mi fa molto piacere tu abbia ricordato anche gli altri professionisti che collaborarono con noi, ciò mi da lo spunto per ricordare una lapidaria frase di Tony B.:”…beh, ma allora non eravamo proprio male, no?”.
      Alla prossima!

  18. Pino scrive:

    Grazie Cris dei bei ricordi, e delle emozioni
    che fai rivivere. Ciao Machine

    • Cris scrive:

      La radio era un’amica, la nostra amica! Il vero senso di tutta questa storia che sto raccontando, è il desiderio di farla tornare viva (anche se solo virtualmente), nuovamente tra noi: mi piace credere che i commenti e l’affetto che tutti noi dimostriamo siano il segnale che, probabilmente, ci stiamo riuscendo.

  19. Pippo Di Staso alias Jody scrive:

    In riferimento alla 17esima puntata.
    Non mi meraviglio che avevi ignorato lo speciale permesso di trasmissione interna se non l’assoluto divieto, sono anni che guidi senza patente!
    Quindi non c’è da meravigliarsi 🙂

  20. Pippo Di Staso alias Jody scrive:

    Si effettivamente la 18° puntata è un po’ tecnica ma per chi lavorava nel campo era di vitale importanza, del resto come dici erano le radio che “urlavano” di più (cioè che si sentivano meglio) che avrebbero avuto successo di là in poi.
    Infatti si è visto qualche anno dopo, vedi cosa ha fatto RTL, ha comprato tutte le frequenze sui 102.500 in tutta la penisola, investendo allora miliardi (credo) in alta frequenza con potenze in watt pazzesche, praticamente ha esaudito il sogno di ogni proprietario di radio, ma a quel punto per farsi ascoltare era l’unico modo per emergere e direi che ci sono ben riusciti.
    Quella della Taunus del papà di Fabrizio non la sapevo, ma erano così piccoli i “dipoli” o era la Taunus antesignana dei monovolume?
    I dipoli erano magnetizzati? Forse per questo che per un po’ di tempo tutte le auto ferme al semaforo si attaccavano alla Taunus come calamite 🙂
    Scherzi a parte Senzanome ha rischiato troppo con quella scossa, non sarà sparito dalla circolazione per quel motivo?
    Magari lo potremmo ritrovare in India a fare il Baba-Fulmine, sarà diventato una sorta di guru dai poteri soprannaturali con tanto di barba e vestito arancione a fare miracoli in giro, chissà magari… ci sta ancora ringraziando, mah!!??

  21. Pippo Di Staso alias Jody scrive:

    La Ford Taunus di Fabrizio, prima caricata con i “dipoli” poi usata per le “gitarelle” in quel di Lecco per recuperare pezzi di ricambio per riparare guasti sta cominciando ad essere protagonista, chissà che fine ha fatto potrebbe essere un cimelio per un’eventuale mostra su RVB da organizzare.
    P.S. Ora capisco perché Fabrizio è ossessionato dalle mensole che vorrebbe attaccare dappertutto. I dipoli da lui caricati e trasportati sull’auto e poi montati sull’antenna hanno un assonanza con le mensole di casa, che sia una specie di fobia nata appunto a quei tempi come una specie di ricordo ancestrale?

  22. Pippo Di Staso alias Jody scrive:

    Ciao Cris io nel ’78 ai tempi della scissione, con ero, più “ererrevibiano” ma da un anno ero passato a RMI (Radio Milano International), regolarmente cercavo il mio”primo amore radiofonico” sulla frequenza dei 91.900 per risentire i vecchi amici almeno on-air, ma con tutta sincerità facevo fatica anche solo a capire se ero sulla frequenza giusta!
    Era davvero un’altra radio.
    Questa fase della mitica e gloriosa RVB sinceramente me la sono persa tutta, anche perché, un pomeriggio dopo qualche tempo venni negli studi per salutarvi e notai subito un atteggiamento quasi d’imbarazzo e non del tutto armonioso nell’ambiente, si vedeva che c’erano dei problemi, ricordo nel venire che qualcuno mi bloccò all’ingresso, e dei “sciur” sessantenni in giacca e cravatta che nel frattempo entravano ed uscivano dall’ingresso intenti a parlottare per i fatti loro, forse qualcuno dei vecchi della radio uscì dalla porta per salutarmi ma molto freddamente e con due parole, non ricordo chi fosse sinceramente ma ci rimasi davvero male, capivo che la radio a quel punto era diventata un’azienda e quindi una cosa seria, ma non farmi entrare nemmeno a salutare l’ho intesi come una piccola offesa, proprio io che con te e Maurizio B. avevamo avuto l’idea di costituire la radio appena 2 anni prima venivo praticamente cacciato, da quella volta non venni più.
    Ascoltando la radio qualche volta sentivo parlare in dialetto milanese, tanto che pareva essere una sorta di brutta copia Radio Meneghina (la ricorderai) la mitica radio milanese di corso di Porta Romana e poi notiziari ed approfondimenti, musica zero!
    Erano passati solo 2 anni dalla nascita ma di RVB non era rimasto nulla!
    Anche voi, come hai accennato, eravate cambiati lo spirito pionieristico e l’entusiasmo era improvvisamente scomparso.
    Immagino la vostra situazione, se solo io in un pomeriggio mi sono sentito offeso, per voi sarà stata una situazione molto più complicata e dolorosa, d’improvviso la bellissima creatura RVB, si era trasformata in un “coccodrillo” e non potevate fare molto a quel punto, credo tornare indietro sarebbe stato anti professionale e forse neanche così le cose sarebbero state come prima, correggimi se sbaglio.

    C’è di bello che poi a distanza di anni, ripensando ai vecchi fasti le cose si siano potute riconciliare, i vecchi rancori tra quel 50% contro è diventata acqua passata ma soprattutto noi siamo ancora qui a parlare della nostra bellissima “creatura” che non somigliava affatto ad un coccodrillo ma piuttosto ad un dono caduto dal cielo.
    Approfitto per augurare a te Cris ed a tutti gli errevibiani un buon natale e buon anno!
    Ed a presto su queste frequenze 🙂

    • Cris scrive:

      Pippo,
      mi dispiace sapere che anche tu hai sperimentato, purtroppo, l’atmosfera che ci aveva portato alla scissione. Il nostro juke-box era diventato un’azienda, no che dico… un mostro, che lentamente ci stava divorando. Tutto l’entusiasmo d’un tempo, quello che hai conosciuto vivendolo in prima persona, non c’era più. Bisogna riconoscere però che in quegli anni le radio libere si stavano reinventando, diventando più grandi era quasi normale lo facessero, nacquero così i primi abbozzi di network e i primi grandi personaggi radiofonici (quelli “privati”, s’intende). Questa evoluzione toccò anche RVB: il rammarico è solo quello legato a una scelta sbagliata, troppo distante dalle belle intenzioni iniziali…
      Comunque, quello che hai accennato circa il rapporto che ancora oggi sostiene l’amicizia dei fondatori della radio è, fortunatamente, vero e libero da ogni falsità o rancore. Ne parlerò nella prossima puntata.
      Grazie, ancora una volta, per il tuo prezioso intervento.

  23. Pippo Di Staso alias Jody scrive:

    Carissimo Cris prima che tu chiuda con l’ultima puntata, già la cosa m’intristisce hihihihiih! Volevo ritornare a quel mitico 1976 ed a quelle giornate passate alla radio nel piccolo locale posto al nono piano del numero 16 di via Fratelli Bressan corrispondente all’ultimo dei condomini della gloriosa “oasi milanese” chiamata Villa Briantea con una curiosità.
    Come hai accennato qualcuno di noi a suo tempo portò i dischi da casa per rimpinguare la discoteca della radio, alcuni di questi erano serviti per i famosi festini della domenica pomeriggio organizzati a casa di Maurizio B. a cui noi partecipavamo, erano le novità del momento, tanto per citarne alcune:
    – Kc & The Sunshine Band – that’s the way (i like it)
    – Jimmy Bo Horne – Gimme Some
    – Barry White – You’re the first, the last, my everything
    – Timmy Thomas – Why can’t we live together
    – K.C. & The Sunshine Band – I’m Your Boogie Man
    – 10cc – I’m not in love
    Probabilmente erano tra i dischi a 45 giri più trasmessi, forse il primo addirittura trasmesso in radio fu proprio That’s the way della Kc band.
    Erano appunto 45 giri, gli LP costavano troppo per le nostre tasche da adolescenti, gli unici LP che ricordo nei primi giorni erano dei classici del rock tipo Deep Purple, Iron Butterfly e Led Zeppelin (hai detto niente! Ahahahah!) poi nel settembre arrivò il famoso LP del gruppo femminile di Philadelfia, le Richie Family con il pezzo The best disco in Town non so chi lo portò ma in se racchiudeva la maggior parte dei pezzi di disco music del momento rimixati in un unica traccia una vera novità per l’epoca, durava tantissimo 6 minuti e 32 e c’è chi ricorda che lo usavamo noi DJ per fare un po’ di pausa o, per essere più chiari, approfittarne per andare in toilette hihihihiih!
    In quel momento la disco music nata negli States era la più trasmessa dai neofiti DJ d’assalto della nostra radio ed in particolare il “philly sound” che in quel momento monopolizzava il mercato internazionale erano i dischi Salsoul/Philly/TSOP (The Sound of Philadelphia)/MFSB (Gamble and Huff) che lottizzavano, ma in quel settembre 1976 doveva arrivare una vera e propria innovazione musicale e commerciale proprio da Philadelfia che da lì a poco rivoluzionò il mondo dei DJ con l’avvento del primo disco mix della storia……faccio pausa ……………chiudi gli occhi e dimmi qual’era?
    Eccolo!
    http://www.youtube.com/watch?v=cCz8Kunyjlk
    Durava ben 9 minuti e 46 con questo potevo anche tornare a casa farmi una doccia e ritornare a trasmettere, ahahahha!
    Che mito! DOUBLE EXPOSURE – TEN PERCENT
    I Double Exposure erano James Williams, Joseph Harris, Charles Whittington and Leonard ‘Butch’ Davis tutti di Philadelfia nomi che non dicono nulla adesso (forse) cosi come neanche il nome di un certo DJ americano Walter Gibbons che ebbe l’idea di rimixare un loro brano e farne un disco Mix (come si dice in gergo digeiano un rework) dalla forma di un LP 12 inch ma che girava a 45 giri anziché 33.
    Ora,…non c’è stato nessuno e dico nessuno che quando all’epoca trasmise il disco ponendolo sul giradischi che non sbagliò i giri, tutti lo mettemmo a 33 giri (vedendone le dimensioni) alcuni, i più distratti, addirittura lo fecero girare tutto per ben 20 minuti o giù di lì, una vera e propria tortura.
    Un pomeriggio ascoltando la radio e rendendomi conto della gaffe fatta da un collega mi precipitai a telefonare per avvertirlo, venni quasi mandato a quel paese da quanto la cosa poteva essere così inverosimile.
    Ci mettemmo un pò prima di digerire questa innovazione che come dicevo ebbe l’effetto di uno “Stormer dancefloor” che ha cambiato radicalmente le produzioni discografiche per parecchi anni.
    La versione 12 pollici “segnò l’ascesa di remixer” e l’aumento del DJ in tutto il mondo. Ed ha anche dimostrato che l’uscita di più versioni della stessa canzone era economicamente un vantaggio.

    PS Ma la più eclatante gaffe fatta dai DJ di allora e che durò per parecchi anni (almeno 3 dal 75 al 78) è quella di aver presentato Do it again degli Steely Dan (il duo composto da Walter Becker e Donald Fagen) come un cantante singolo!

    • Cris scrive:

      Pippo,
      leggere le tue digressioni sugli albori del mestiere di DJ in Italia mi fa sorridere e pensare al pionierismo che continuo a sostenere ci abbia, all’epoca, tutti pervaso. E come non ripensare ai dischi mix? Beh se ricordi, in una delle prime puntate (“Le trasmissioni – 1”) il nostro Maogallo ne usufruì, non tanto per recarsi nel posto “indelegabile” da te citato ma, bensì, per venirmi a cercare per… diciamo, cambiare come minimo il mio modo di deambulare, visto che gli avevo nascosto gli accessori plastici per poter trasmettere con i 45 giri…
      In tutta onestà devo riconoscere di non avere memoria del disco-mix che sostieni essere stato il primo in assoluto ma, ricordo invece benissimo l’enorme successo che le Ritchie Family fecero con il loro “The best disco in town”, antesignano di un genere (il rifacimento in un unico brano medley di refrain, di grandi successi, miscelati ad arte) che di fatto apriva la strada per nuove esperienze musicali.

      Colgo l’occasione per approfondire il discorso delle feste in casa di Maurizio B.:
      come ricorderai qualche mese prima della nascita di RVB, quando comunque le cose erano già fatte, cioè mentre aspettavamo che il trasmettitore fosse pronto, si passavano ore e ore a smanettare con il giradischi e vari 45 giri per scegliere, ad esempio, le sigle che a radio avviata avrebbero dovuto completare le nostre trasmissioni in cui ci vedevamo già proiettati. Ricordi qual era la mia sigla?
      Io la tua la ricordo ancora, visto che me l’avrai fatta sentire migliaia di volte: Isaac Hayes Movement – Disco Connection, con le sue “frustate” che, sostenevi, avrebbero fatto da perfetto sfondo alla presentazione del programma… “Show Medley”, dico bene?
      Quindi, tornando alle feste a casa di Maurizio, nel primissimo pomeriggio noi eravamo già a casa sua per portarci “avanti coi lavori”, ben sapendo che poi, verso le tre, con l’arrivo delle ragazze e degli altri amici saremmo stati in altre faccende affaccendati.
      Il soul stava per affermarsi anche qui da noi, e i mostri sacri d’oltre oceano, presto, sarebbero diventati colonne portanti delle programmazioni radiofoniche italiane. Hai menzionato gli MFSB (Mother Father Sister and Brother) e ne sono lieto perché tale gruppo è uno di quelli che ho più amato. La loro rivisitazione della splendida “Summertime” resta una vera opera d’arte.
      Come sai però, quelle feste erano anche l’occasione per stare con le ragazze e così oltre al soul e al funky ci necessitavano pure dei brani un po’ più intimi… diciamo più d’abbraccio (per i balli lenti che prima o poi sarebbero arrivati) e allora non dobbiamo dimenticare che per quello scopo la facevano ancora da padrone i nostri cantautori, quelli nazionali, quelli del tipo Baglioni o De Gregori e i loro album dell’epoca, “E tu”, “Questo piccolo grande amore”, “Rimmel”, etc. etc.

      P.S.: la sigla che scelsi per la mia trasmissione (Disco fever) era “Sunshine day” degli Osibisa.

  24. E’ սna settimаna che cerco e il tuo blog è la sola cosa
    ƅrillante che trovo. Prοprio interessante. Se tutte le perѕone che creano contеnuti si preoccupaѕsero dі dare materiale apprezzabile come questo, la rete sarebbe certamente molto più fruibile. Continua così!!!

  25. Fabio (Biscio) Fabrizio Vicentini scrive:

    Incontrando un Vecchio amico ” Stefano” mi raccontò dell’esistenza del tuo sito, con i racconti della radio dove ho trascorso la mia giovane infanzia, e l’esperienza che mi ha cambiato la Vita. Ringraziandoti di avermi citato anche se non hai mancato come facevi allora di raccontare solo le che cose che ti rendevano unico e indispensabile…..
    Lo sei stato sicuramente sopratutto per la volontà di condurre la radio che anch’io ho
    contribuito a portarla ad essere una tra le prime emittenti in Lombardia . Mentre hai voluto ricordarmi solo per un episodio , di quella famosa dedica , che fu costruita ad opera d’arte da Maogallo
    che obbligandomi a leggerla si rese ridicolo più di chi poi la interpreto,
    cosa che invece hai voluto raccontarla a modo tuo .
    Spiegai il tutto a suo fratello Franco, che cercò di evitare uno vero e proprio scontro.
    Questo non lo hai scritto , cosi come molte altre cose, rendendoti unico e inesorabile,
    il migliore insomma . Il tempo che abbiamo trascorso insieme nel costruire il sogno
    con le nostre mani ogni singolo componente è passato in secondo piano.
    Il sacrificio di molti tra i quali il sottoscritto , che per passione e volontà
    hanno trascorso giorni e notti insonne per renderla unica è svanito nel nulla.
    Peccato questo non lo hai scritto.
    Comunque complimenti buona vita mio caro
    Fabio “Biscio” Fabrizio Vicentini

    • Cris scrive:

      Caro Fabio, che piacere leggerti!

      Devi sapere che ho desiderato scrivere “92” non tanto per celebrare qualcuno ma, piuttosto, qualcosa… Avrai già capito che quel “qualcosa” è la nostra RVB.
      Mi ero accorto che, nonostante fossimo (all’epoca) decisamente importanti, poco restava, anzi quasi niente di quell’idea, di quel sogno, di quella avventura. Nonostante avesse partecipato tanta gente nessuno, e sottolineo, nessuno, si era preso la briga di ricordarla, in qualche modo, come meritava. Ecco perché è nato “92”. Mi sono affidato alla memoria (le vicende narrate risalgono alla fine degli anni ’70, quindi, rispetto alla data di pubblicazione, con una distanza temporale di oltre 37 anni!), tenendo sempre presenti pochi punti cardine: i fatti raccontati avrebbero dovuto essere corrispondenti al vero, cioè realmente accaduti e significativi, vale a dire interessanti: aneddoti e curiosità sì, banalità no.
      Converrai che sottolineare l’impegno messo da tutti i collaboratori della radio nello sviluppo della stessa appartiene a quest’ultima categoria, no?
      Arrivando ora alla fatidica dedica ti ringrazio per la conferma che mi hai dato e per quel qualcosa in più che tu dici esserci stato tra te, Maogallo e Franco ma di cui non ho mai avuto notizia prima d’ora. Il fatto, a quanto ricordo, è stato sempre, (e solo), considerato divertente, simpatico. Tutto qui.
      Ma davvero vuoi farmi credere che i professionisti citati abbiano voluto gratificarsi così?

      Del tuo intervento condivido una sola cosa: “92” poteva raccontare tanto altro, tanti fatti successi ma, come ho scritto sopra, mi sono affidato alla memoria, mia e a quella di tutti gli amici che, invitati (su queste pagine) a partecipare, hanno, con il loro impegno, con il loro contributo, aggiunto notizie, foto, aneddoti, pezzi audio, documenti e curiosità varie, completando e/o integrando i miei ricordi. Purtroppo, com’è ovvio, il tempo trascorso non ci ha di certo aiutato e qualcosa può essere sfuggito ma, affermare che ciò sia dovuto alla volontà di oscurare qualcuno o, peggio, volerlo ridicolizzare è di certo una convinzione che non ha nessuna corrispondenza con la realtà dei fatti.

      Fabio, se pur in modo un po’ tardivo, (…perché poi, non hai partecipato prima, considerato che, come affermi, eri stato informato da Stefano dell’esistenza del blog?), potresti, adesso, sfruttare queste pagine per farci sapere tutte le vicende interessanti che riguardano la tua avventura con Radio Villa Briantea e che desideri condividere: ti invito pertanto a scrivermi.
      Un abbraccio.

  26. Fiorenzo scrive:

    Molto bello rileggere la storia della radio….una piccola dimenticanza è quella sulla presenza anche di Maurizio Pagnossat , ora regista apprezzato in Mediaset di Gerry Scotti.

    • Cris scrive:

      Caro Fiorenzo,

      ti sono grato per il riscontro che hai postato su “92”.
      Come sai la stesura della storia di RVB è stata eseguita dopo una quarantina d’anni e purtroppo alcune vicende dell’epoca sono state avvolte da una nebbia fittissima. Le cose comunque stanno esattamente come hai segnalato: Maurizio Pagnussat ha lavorato per un breve periodo a RVB.
      Malauguratamente non ho un ricordo diretto, e quindi non posso raccontare nulla di lui; provvederò però ad aggiungere il suo nome nel capitolo “Sigla!”, e ad aggiornare l’ebook su tutte le piattaforme di distribuzione.
      Un abbraccio

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