Assaggi d’autore

 



Capitolo 1 – Il dado e la mappa di vetro

Quale sia stata la molla che, scattata, ha fatto cambiare vita a Otar è per me ancora un mistero: sono trascorsi ormai anni dall’ultima volta che lo incontrai, quando mi confidò che non ci saremmo più rivisti. Credevo comunque che avrei sempre avuto la possibilità di parlargli, magari anche solo per scambiarci gli auguri di Natale. Invece quando lo salutai, nella hall dell’Intercontinental di Zurigo, dove poche ore prima avevamo concluso un importante affare con il presidente di un’azienda finlandese, fu veramente l’ultima.

Certo Otar era e, da ciò che mi scrisse, mi sembrò di capire, fosse ancora uno spirito libero. Da quando interruppe i rapporti con “l’universo industriale” mi convinsi che comunque avesse continuato a girare il mondo, cosa che prima faceva per lavoro e ora, finalmente pensai, azzardando, ma lo conoscevo troppo bene per sbagliarmi, quello che se fosse stato davanti a me avrebbe detto. Credetti di essere rimasto l’unico, delle persone che frequentava per lavoro, ad avere ancora contatti con lui.
Della sua famiglia gli restava una sorella che sentii qualche volta, e sempre perché chiamavo io, la quale mi parve non voler interessarsi più di tanto di Otar, presa con suo marito molto più nella coltivazione di agrumi della sua azienda di Jaffa in Israele, piuttosto che nel mantenimento dei rapporti con i propri parenti.

Non nascondo che a volte pensai che Otar Irch non fosse neppure il suo vero nome. Per affari tornai varie volte a Tel Aviv, e ogni volta andavo sulla Hagana Road dove aveva il suo ufficio, sperando di trovarlo lì ad accogliermi e a propormi chissà quale avventura, o a spiegarmi che era un’agente segreto del Mossad o non so che altro ancora. Invece, i locali erano sempre disabitati e anzi erano poi stati posti in vendita e acquistati quasi immediatamente da un’azienda che non si era fatta scappare l’occasione di quella posizione strategica posta a metà strada fra il centro della città e l’aeroporto Ben Gourion. Restava la casa di famiglia occupata dal padre fino alla sua morte, avvenuta ormai da tempo. Ora disabitata e considerata da Otar una sorta di mausoleo in cui aveva raccolto gli oggetti di una vita intera, anzi di due, visto che conteneva anche quelli di suo padre. Otar provvedeva al mantenimento economico dell’abitazione.
Dei puri aspetti pratici, invece, si occupava Edna, sua sorella. La parente più prossima che gli restava.

Insomma Otar pareva proprio non esistere più.
Poi, dopo molto tempo mi era arrivato un messaggio di posta elettronica, speditomi in automatico tramite un software che egli stesso mi aveva pregato di realizzare. Questo particolare sistema d’invio, così come lo avevo concepito, (per lavoro realizzo programmi per computer), mi aveva ulteriormente confermato che Otar non era più in grado, o non voleva più accedere al proprio PC, ammesso che se lo fosse portato o ne avesse uno a disposizione, nel posto dove viveva ora.
Gli anni erano passati, e il suo ricordo, com’è ovvio per le persone care, non era scomparso. Si era solo appena spostato, “dietro” ai pensieri di tutti i giorni, che per la loro effimera natura sono niente al confronto dei grandi ricordi.
Infatti, quando ricevetti la lettera, tutto tornò inevitabilmente come prima.

Otar fu di nuovo Otar e io compresi, o meglio, ebbi la conferma, di quanto fosse incalcolabile il valore di un’amicizia.

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Una vita, un giorno – L’incantesimo dell’ultima fata
(“Primavera” – Marina Rei)

Entusiasmo, appena le proposi l’idea: gita al mare.
Certo poco, un giorno appena, ma nostro, in cui potevamo sentirci una sola cosa.
Quando gliene parlai la vidi illuminarsi, sembrava una bambina eccitata da una novità sconosciuta ma intuita piacevole.

Quel sabato poi arrivò.
Stranamente, l’autostrada dei fiori non era la perenne processione di vetture incolonnate la cui velocità faceva rimpiangere a tutti la mancata scelta di un altro mezzo, quale che fosse ma certo non a quattro ruote.
L’auto sfrecciava sui viadotti illuminati da un sole tiepido ma già luminosissimo. Lei, come un fiume in piena mi parlava alternando silenzi improvvisi e brevi, durante i quali con lo sguardo seguiva lo scenario in movimento al di là del vetro. La radio, complice, sembrava essere lei sintonizzata su di noi, infatti con perfetta intesa proponeva parole e musiche che ben si adattavano al nostro stato d’animo.
Quando iniziammo a vedere il mare, la luce del sole riverberava sulle pareti bianche delle montagne illuminando i nostri visi e costringendoci a indossare occhiali da sole.
La osservai e mi ricordò una diva del cinema anni 60’.
I suoi Ray-Ban neri facevano risaltare in modo spettacolare il biondo dei suoi capelli. Il viso rosa, dalle gote sode, era il giusto complemento di un’immagine da ricordare, una cartolina da spedirsi, una bella cosa da vedere.
Se ne stava quasi sdraiata sul sedile dell’auto, ma con una postura che le donava un’aria chic. Le gambe unite, avvolte in blue-jeans bianchi, con le ginocchia rivolte verso me e i piedi verso la sua portiera, disegnavano una “zeta” di tessuto, reso morbido dalle giuste proporzioni del suo corpo che in essi era contenuto.
Era così distante dal suo solito. Di tanto in tanto sentivo la sua mano carezzarmi la gamba, distoglievo per un istante lo sguardo dalla strada, osservandola intuivo chiaramente anche senza vederli, che i suoi occhi chiari mi sorridevano felici. Poi la scaletta musicale propose un brano che la scatenò. In effetti, sembrava proprio fosse stata scelta per noi due.
La melodia era proprio la rappresentazione di come ci sentivamo. Entrambi conoscevamo il ritornello e quindi lo intonammo mentre percorrevamo il litorale in cerca di un parcheggio. La canzone finì prima di aver trovato il posto per l’auto e il nostro silenzio che ne seguì stonava con tutti gli ingredienti che la giornata dimostrava di avere.
Poco dopo notai un negozio sulla destra, salii su un passo carraio attivando le doppie frecce. Mi guardò stupita e disse:
«Perché ci fermiamo qui?»

Scesi dall’auto, chiusi la portiera e attraverso il finestrino abbassato, con tono grave e teatrale, dissi serio: «Devo prendere una cosa della quale non possiamo fare assolutamente a meno.»
Prima che mi chiedesse spiegazioni le lanciai un bacio appoggiando l’indice sulle mie labbra, dirigendolo poi verso lei.
Entrai nel negozio di musica uscendone quasi subito con il CD che ritenevo così importante.
Fortunatamente nessuno aveva avuto bisogno del passaggio occupato abusivamente dalla mia auto quindi scartai subito il CD, presi il disco lo inserii nel lettore e scelsi la traccia giusta.
Mentre il raggio laser si posizionava, avvicinai il suo viso al mio, prendendolo fra le mani, volevo solo guardarla da vicino per dirle chissà quale fesseria sul mio comportamento, lei invece si avvicinò di più e mi baciò non prima di avermi detto: «Tu sei tutto matto!»

Le prime note si diffusero nell’auto.
Le sue labbra ancora appoggiate alle mie sussultarono, accennando un sorriso:
«Mi piace tanto questa canzone, sai? Mi ricorda… noi.»
Ora potevamo cercare il nostro parcheggio e riprendere a cantare insieme, sapendo che quella canzone sarebbe stata sempre con noi. Poi anche lei finse un atteggiamento serio, scostando il suo volto dal mio in modo da potermi osservare meglio e mi disse ancora:
«Tu sei matto. Ma ti voglio bene lo stesso.»

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Ora, ascolta il capitolo in versione “audiolibro”:

      1. 07_UnaVitaUnGiorno - Una vita, un giorno

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Ed ecco la versione a fumetti del capitolo “Una vita, un giorno”. Buon divertimento:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Capitolo 1 – Effetto Jenner

Era un uomo tranquillo, insegnante di chimica al prestigioso liceo “Henry Joseph”.
Abitava da solo al settimo piano di un moderno condominio della città di Albany. I vicini lo descrivevano come un uomo elegante gentile e riservato quanto basta per non avere noie.
Da qualche anno in pensione, si dedicava ancora agli studi, passando molto tempo presso il locale Museo della Scienza e della Tecnica, come aveva affermato la custode del palazzo dove abitava, e che lo salutava ogni mattina e alla quale una volta aveva detto quali erano i suoi interessi attuali: «…qualcosa per sostituire la benzina.»
Continuavano a sovrapporsi nella sua mente questi pensieri, poi come un flashback rivedeva il corpo del professore Blake disteso sull’asfalto.
Camminava intorno al tavolo dell’obitorio, come faceva spesso in questi casi, e pensava. Il suo capo gli aveva passato “la faccenda” nel solito modo, una telefonata: «Eddy, un caso di routine, suicidio… Pensaci tu.»
L’esperienza accumulata in diversi anni di servizio aveva permesso di affinare, al tenente Eddy Grean, il modo in cui affrontare un nuovo caso, specialmente nell’imbastitura, come la chiamava lui, delle indagini iniziali, e poi c’era quel suo modo di “interrogare” la vittima all’obitorio, stando solo con lei e girandole intorno… riflettendo.

Come al solito mentre osservava lo sfortunato protagonista del nuovo caso, pensieri e riflessioni si accumulavano. Il suo pensare era disturbato solo dal ronzio provocato da una lampada al neon del soffitto: “un uomo elegante e gentile… Eddy, un caso di routine… andava al Museo…”

Il tenente Grean era famoso per i suoi metodi d’indagine e i risultati che solitamente otteneva ne confermavano l’efficacia. Lo stare solo con la vittima gli consentiva di evidenziare gli elementi che sarebbero serviti all’indagine, ma in questo caso sembrava che le informazioni raccolte finora non focalizzassero alcunché: un classico suicidio.
E allora perché Grean non riusciva a convincersi? C’era qualcosa di particolare o quantomeno curioso: perché il professore avrebbe dovuto uccidersi, e poi in quello strano modo?
Forse la tecnica di interrogare la vittima cominciava a mostrare segni di fallibilità?
Oppure aveva funzionato ancora una volta?

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Capítulo 1

Era un hombre tranquilo, profesor de química en el prestigioso instituto de bachillerado “Henry Joseph”.
Vivía solo en el séptimo piso de una moderna comunidad de la ciudad de Albany. Los vecinos lo describían como un hombre elegante, gentil y reservado lo suficiente para no aburrirse.
Desde hacía ya algunos años durante su jubilación, se dedicaba a los estudios, pasando mucho tiempo en el local Museo de la Ciencia y la Técnica, tal y como había afirmado la vigilante del edificio donde vivía, y quien le saludaba cada mañana, ella fue la persona a quien un vez había hablado de sus intereses actuales: «…algo que pudiera sustituir a la gasolina.»
Estos pensamientos continuaban alborotando su mente, en fin como un flashback volvía a ver el cuerpo del profesor Blake tendido en el asfalto.
Caminaba alrededor de la mesa de la morgue, como a menudo hacía en estos casos, y pensaba. Su jefe le había pasado “el caso” como siempre hacía mediante una llamada: «Eddy, un caso de rutina, un suicidio… Ocúpate tú.»
La experiencia acumulada durante muchos años de servicio habían agudizado y perfeccionado el sentido del teniente Eddy Grean, en el modo de afrontar un nuevo caso, especialmente en el hilván, como lo llamaba él, de las investigaciones iniciales, y después estaba su forma de “interrogar” a la victima en la morgue, estando sólo con ella y girando a su alrededor… tomando aliento.

Como siempre, mientras observaba al desafortunado protagonista del nuevo caso, pensamientos y reflexiones se acumulaban. Su pensamiento fue interrumpido por el zumbido provocado por una lámpara de neón que se encontraba colocada en el techo: “un hombre elegante y gentil… Eddy, un caso de rutina… iba al Museo…”

El teniente Grean era famoso por sus métodos de investigación y los resultados que generalmente conseguía confirmaban su eficacia. El hecho de estar a solas con la víctima le permitía de resaltar los elementos que habrían servido para la investigación, pero en este caso parecía que las informaciones recogidas hasta ahora no arrojaban ningún dato relevante: un clásico suicidio.
¿Y entonces por qué Grean no lograba convencerse? Había algo en particular o cuanto menos curioso: ¿por qué el profesor se habría quitado la vida y de forma tan extraña?
¿Quizás la técnica de interrogar a al víctima empezaba a mostrar señales de falibilidad?
¿O bien había funcionado una vez más?

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ARC Moffet Field, California – 6 dicembre 1958

NASA, Ames Research Center

James Van Allen era l’unico soddisfatto. Pioneer 3, nonostante l’insuccesso verso il quale indifferente correva, un risultato l’aveva ottenuto. L’idea che Van Allen si era fatto, grazie anche alle precedenti sonde, ora diventava concreta. Tutto era confermato. Sfrecciando verso la Luna, Pioneer 3, aveva inviato quei dati, quelle informazioni che Van Allen attendeva. Intorno alla Terra, il pianeta Terra, si distendevano due fasce di radiazioni*. Fino a quel sei dicembre una sola fascia era ritenuta la più logica e l’unica, peraltro, corrispondente ai dati che la neonata NASA fino a quel giorno disponeva.
Pioneer 3 rivoluzionava quell’assunto. Van Allen l’aveva intuito già da tempo ma, per convincere, sapeva che sarebbero serviti fatti e non più formule matematiche e ardite teorie. Ora però era tutto nero su bianco. La seconda fascia di radiazioni si estendeva a partire da un’altezza di 100 chilometri e si protendeva verso lo spazio per migliaia di chilometri.
Pioneer 3 aveva trasmesso una miriade di dati telemetrici suffragando ogni intuizione dello scienziato. La sua eccitazione però strideva con le facce lunghe dei tecnici responsabili della sonda che non aveva eseguito alla lettera un semplice comando inviato dalla base. I motori che avrebbero dovuto fornire la spinta necessaria a far si che la sonda raggiungesse la velocità di fuga dalla Terra, in modo che, come previsto, oltrepassasse la Luna per poi entrare in un’orbita eliocentrica, si erano inaspettatamente spenti quattro secondi prima. Un’inezia. Eppure quella spinta mancata, non solo faceva perdere l’obiettivo della missione, porre Pioneer 3 in orbita intorno al Sole ma, irrimediabilmente, destinava la sonda a un rientro forzato, senza controllo, verso la Terra. L’impatto con l’atmosfera l’avrebbe distrutta, bruciata, disintegrata.
Qualcuno a Moffet Field stava già prodigandosi per addolcire la pillola. Alla Casa Bianca attendevano risultati. Non si poteva sopportare che i russi riuscissero dove la grande America tentennava. Il presidente Eisenhower ci teneva molto. Forse per una sorta di campanilismo o forse perché gli piaceva, semplicemente, vincere.
Lui, da ex militare, riteneva che solo i suoi colleghi, ancora in servizio, rappresentassero la parte buona, efficiente e invincibile di una federazione da poco uscita da una guerra vinta ma che era costata parecchio, sia in termini di denari e sia in termini di uomini. Ecco perché, non a caso, i vettori di lancio e tutto il corollario di tecnici per la gestione delle missioni spaziali erano di competenza d’una branca dell’esercito l’ABMA (Army Ballistic Missile Agency). L’energia atomica aveva poi posto la parola fine al conflitto e riaffermato la potenza americana ma ora, sullo scenario internazionale, la vetrina era lo spazio. E attori principali parevano essere i russi. Semplicemente inaccettabile.
Eisenhower, al suo secondo mandato presidenziale, aveva ammorbidito un po’ il proprio modo di governare. Ormai s’era convinto, anzi rassegnato, che gli USA non erano la sua caserma. Ma in lui resistevano ancora sacche d’orgoglio inglobate in modi di ragionare più adatti ai colonnelli che ai senatori. Questo a Moffet Field era ben chiaro ed era altrettanto lampante che il presidente non si sarebbe accontentato d’una spiegazione anche se illustrata e ben motivata. Sarebbero comunque saltate delle teste.

Alle venti in punto, ora di Greenwich, del 7 dicembre 1958, Pioneer 3 precipitò verso il pianeta dove era nata, che l’aveva lanciata e che non avrebbe mai più dovuto raggiungere. Durante l’attraversamento dell’atmosfera terrestre la temperatura della sonda passò dai 40°C., tenuti durante tutto il suo volo, a migliaia di gradi superando i 1.800°C. Le leghe metalliche avveniristiche e le plastiche a polimeri che costituivano i sei chilogrammi della sonda fusero e mentre un’aurea di gas compressi, il plasma, l’avvolgeva, da terra alcuni guerrieri africani osservavano quel piccolo Sole che basso sull’orizzonte e seguito da una scia di vapore bianchissimo penetrava nella foresta incendiando e recidendo come una lama di stregone le chiome degli alberi di tamarisco e alcuni rami d’acacia. La sonda impattò poi nel terreno penetrandovi per circa cinquanta centimetri.
Alcuni uccelli si levarono in volo, tra strida d’allarme, allontanandosi da quella cosa strana e inaspettata.
Joash e suo fratello Kumai quella sera avrebbero avuto qualcosa da raccontare al proprio padre. Forse anche lo sciamano del villaggio, il vecchio Habai, questa volta li avrebbe ascoltati.

I satelliti preposti all’analisi del volo di Pioneer 3 erano stati occhi elettronici puntati sugli ultimi istanti di vita della sonda. Occhi umani invece, nella base di Moffet Field, si erano cercati prima ancora di leggere i tracciati di volo relativi al rientro della sonda.
«Sai dov’è finita?»
«Stiamo ultimando i calcoli, e sembra già certo che sia finita in Africa più o meno all’altezza del tropico del cancro, e…»
«E…?»
«Questa volta siamo stati fortunati: non è in mare.»
Per una volta c’era un barlume di speranza. Si poteva recuperare la sonda, o quel che ne restava. Gli astrofisici dell’ARC e della giovane NASA avrebbero avuto di che soddisfare le loro curiosità: solitamente i relitti sprofondavano nell’oceano e il loro recupero era semplicemente impensabile, Pioneer 3 invece era ritornata sul pianeta Terra, scegliendo come approdo la foresta del Ciad.
«Molto bene. Avvisa Kenny: voglio quel relitto.»

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Una risposta a Assaggi d’autore

  1. Pippo Di Staso alias Jody scrive:

    Secondo me i personaggi del fumetto sono Eva Kant e Diabolik con due maschere che stanno preparando un colpo in costa azzurra.
    A parte gli scherzi molto bello mi piace l’idea del fumetto, oltretutto ben disegnato! 🙂

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