Inedito spaziale

Toccami ancora

«Non mi stancherò mai di dirtelo. Già immagino cosa starai pensando, ma non mi interessa! Fai qualcosa, incuriosiscili, rendili ancora interessati a me. Se ripenso a quegli anni, non posso che diventare malinconica. Ogni momento li vedevo qui intorno, fino a quell’estate in cui vennero e mi toccarono per la prima volta. Non mi guardare così, mi sembra già di sentirti: “…ma tu sei l’esempio della malinconia.”. Uffa, io forse sarò anche malinconica, ma non dimenticare che sono anche la luce della notte, faccio compagnia agli innamorati, sono la speranza, l’argento e tante altre cose che tu conosci benissimo.

Per te è sempre stato facile. Lo vedo sai? Da qui vedo tutto, osservo il tuo blu, il bianco che ti si modella sopra cambiando sempre forma e quell’ocra che passa dal verde all’arancio. E noto anche loro. Li vedo sai? Passano qui vicino, per poi allontanarsi verso chissà dove: giàio non gli interesso più.

Qualche anno fa pensavo stessero per tornare, vedendoli indaffarati in quei loro avanti e indietro, mi sono illusa. Sai quante ne ho contate di quelle macchine bianche e nere? Pezzo dopo pezzo hanno costruito quella cosa che adesso sta lì, tra di noi. A volte penso che pure lei si chieda che ci sta a fare. Me la immagino scuotere la testa e domandarsi: “ma che ci faccio io qui?”.

Tra qualche giorno non mi vedrai, ormai dovresti saperlo: quando sono così sottile, sparisco, ma per poco! Però lo sai che poi ritorno. Allora, restiamo intesi? Quando ci rivedremo mi dirai qualcosa? Glielo chiederai? Ricordati di tutto quello che ti ho detto. Diglielo che sono importante anch’io. Tutte le loro cose che hanno lasciato qui, le ho conservate con cura, non ne ho rovinata nemmeno una.»

«Sicura che tutto è ancora come loro l’hanno lasciato?»

«Sì, certo. Perché non dovrebbe esserlo! Io ho cura delle cose be’ forse ci sarà sopra un po’ di polvere, ma nient’altro, e poi guarda che loro ci tengono alla mia polvere. Sapessi quanta ne hanno presa insieme a sassi, pietruzze e terra»

«Terra?»

«Scusa! Ritiro la parola, terra Ma tu ricordagli che mi farebbe piacere averli ancora qui. Guarda che di me hanno visto poco, sai? Se vedessero l’altra parte A proposito: qualcuno di là è arrivato, ma è tutto così nascosto… Cosa potranno mai fare? Ti pare che io lo faccia apposta? Non è così: io non nascondo nulla. È che, non ci riesco proprio: per fargli vedere quel lato dovrei andare più veloce. Se ruotassi più forte ci riuscirei davvero, ma non mi è possibile, e un po’ è anche colpa tua.

Ti sei mai chiesta, se non ci fossi io, come cambierebbe tutto? Di notte cosa guarderesti tu e cosa guarderebbero loro? A chi lancerebbero desideri? E non mi dire “alle stelle”, quelle sono irraggiungibili. Invece i desideri lanciati verso me, spesso si avverano: chiedilo alle coppie e a tutti quelli che mi cercano in riva ai tuoi blu o a chi mi usa come luce quando lui è dall’altra parte, troppo impegnato a mostrarsi vanesio e, lasciamelo dire, così inguardabile. Ti sei mai chiesta a chi gli innamorati lancerebbero le promesse? Io di notte illumino i desideri; appena un po’, per non disturbare chi guarda al futuro senza paura.

Baci, abbracci e sorrisi senza di me non sarebbero gli stessi. Diglielo di non smettere mai di guardarmi: facendolo, capiranno quanto sono ancora bella.»

«Dal colore un po’ monotono però.»

«Monotono? Tu neanche puoi immaginare quante sfumature conosco io dell’argento e poi, visto che parli tanto di colori, ricordaglielo che da qui se ne vedono a milioni. Anche tu stessa, i tuoi, mica li conosci tutti. Ti sto stressando?»

«No. Ti conosco e so che sei solo sei così e basta.»

«Già e anche se volessi andarmene, sai bene che non mi sarebbe possibile vista la tua… anzi no, la nostra grande attrazione. Si dice così, vero?»

«Sì, giusto. Comunque non essere triste, cercherò di parlargli di te.»

«E come, cosa gli dirai?»

«Qualcosa mi inventerò, fidati.»

«D’accordo… E senti: com’è andata a finire quella sfuriata sul blu delle vacanze? Non mi guardare così… Che c’è? Cosa ho detto? Ah, va bene, ho capito: devo chiamare le cose con i loro nomi. Rifaccio la domanda: “Cos’ha combinato questa volta l’uragano dei Caraibi?”.»

«Il solito: vento forte, mare grosso e tanta paura: loro temono tutto ciò.»

«E allora diglielo che qui da me quelle cose non ci sono. Be’ i mari li ho anch’io, ma i miei sono calmi. Sempre!»

«Sì, non so quante volte me lo hai detto. Lo so bene, figurati che loro uno dei tuoi mari l’hanno chiamato»

«Ma allora parlano ancora di me! Dimmi, dimmi, dai: come l’hanno chiamato?»

«Senti, devo dirti la verità, il nome te lo hanno dato tanti anni fa»

«E perché non me lo hai mai detto?»

«Perché ti conosco. Scusami, non volevo darti un altro motivo per essere malinconica»

«Va bene, però adesso dimmelo, dai!»

«D’accordo, ascoltami: dove, come dici tu, ti hanno toccata la prima volta, quello l’hanno chiamato “della tranquillità”.»

«Uao, che bello! Mare della tranquillità. Mi piace: Mare della tranquillità, suona bene. Ma perché non vengono più?»

 

 

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