Assaggi d’autore

In questa pagina puoi leggere subito tutti gli incipit dei romanzi (capitolo 1) oppure puoi scaricare le anteprime in formato pdf in cui troverai copertina, primi capitoli e vari collegamenti alle risorse web del tuo libro preferito.

Indice degli incipit:

Anteprime romanzi (pdf):




Capitolo 1 – Effetto Jenner

Era un uomo tranquillo, insegnante di chimica al prestigioso liceo Henry Joseph. Abitava da solo al settimo piano di un moderno condominio della città di Albany. I vicini lo descrivevano come un uomo elegante gentile e riservato quanto basta per non avere noie. Da qualche anno in pensione, si dedicava ancora agli studi, passando molto tempo presso il locale Museo della Scienza e della Tecnica, come aveva affermato la custode del palazzo dove abitava, e che lo salutava ogni mattina e alla quale una volta aveva detto quali erano i suoi interessi attuali: “…qualcosa per sostituire la benzina.

Mentre camminava attorno al tavolo dell’obitorio continuavano a sovrapporsi nella sua mente questi pensieri, fotogrammi con lo stesso scarno sonoro dovuto alla voce di una donna poi, in un cambio rapido d’immagine, rivedeva il corpo del professore Blake disteso sull’asfalto. Al tenente Eddy Grean l’esperienza accumulata in diversi anni di servizio aveva affinato il modo con cui affrontare un nuovo caso, specialmente nell’imbastitura, come la chiamava lui, delle indagini iniziali, e poi c’era quel suo modo di “interrogare” la vittima all’obitorio, stando solo con lei e girandole intorno riflettendo.

Il suo capo gli aveva passato “la faccenda” nel solito modo, una telefonata: «Eddy, un caso di routine, suicidio Pensaci tu.»

Come al solito, mentre osservava lo sfortunato protagonista del nuovo caso, immagini e riflessioni si accumulavano. Il suo pensare era disturbato soltanto dal ronzio provocato da una lampada al neon del soffitto.

“…un uomo elegante e gentile… Eddy, un caso di routine… andava al Museo…”

Il tenente Grean era famoso per i suoi metodi d’indagine e i risultati che solitamente otteneva ne confermavano l’efficacia. Normalmente lo stare solo con la vittima gli consentiva di evidenziare con lucidità gli elementi che sarebbero serviti all’indagine, ma in questo caso pareva che le informazioni raccolte finora non focalizzassero alcunché se non quello che di fatto sembrava: un classico suicidio.

E allora perché non riusciva a convincersi? C’era qualcosa di particolare o quantomeno curioso. Forse si trattava di una semplice constatazione, la solita dei casi di suicidio eppure a Grean non bastava. La domanda che lui si poneva era la solita: “perché mai il professore avrebbe dovuto uccidersi, e poi in quello strano modo?” Subito dopo però giungeva un altro quesito, e da un certo punto di vista poteva soddisfare ogni precedente dubbio: “forse la tecnica di interrogare la vittima cominciava a mostrare segni di fallibilità oppure, aveva funzionato ancora una volta?

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Capítulo 1 – Efecto Jenner

Era un hombre tranquilo, profesor de química en el prestigioso instituto de bachillerado “Henry Joseph”.
Vivía solo en el séptimo piso de una moderna comunidad de la ciudad de Albany. Los vecinos lo describían como un hombre elegante, gentil y reservado lo suficiente para no aburrirse.
Desde hacía ya algunos años durante su jubilación, se dedicaba a los estudios, pasando mucho tiempo en el local Museo de la Ciencia y la Técnica, tal y como había afirmado la vigilante del edificio donde vivía, y quien le saludaba cada mañana, ella fue la persona a quien un vez había hablado de sus intereses actuales: «…algo que pudiera sustituir a la gasolina.»
Estos pensamientos continuaban alborotando su mente, en fin como un flashback volvía a ver el cuerpo del profesor Blake tendido en el asfalto.
Caminaba alrededor de la mesa de la morgue, como a menudo hacía en estos casos, y pensaba. Su jefe le había pasado “el caso” como siempre hacía mediante una llamada: «Eddy, un caso de rutina, un suicidio… Ocúpate tú.»
La experiencia acumulada durante muchos años de servicio habían agudizado y perfeccionado el sentido del teniente Eddy Grean, en el modo de afrontar un nuevo caso, especialmente en el hilván, como lo llamaba él, de las investigaciones iniciales, y después estaba su forma de “interrogar” a la victima en la morgue, estando sólo con ella y girando a su alrededor… tomando aliento.

Como siempre, mientras observaba al desafortunado protagonista del nuevo caso, pensamientos y reflexiones se acumulaban. Su pensamiento fue interrumpido por el zumbido provocado por una lámpara de neón que se encontraba colocada en el techo: “un hombre elegante y gentil… Eddy, un caso de rutina… iba al Museo…”

El teniente Grean era famoso por sus métodos de investigación y los resultados que generalmente conseguía confirmaban su eficacia. El hecho de estar a solas con la víctima le permitía de resaltar los elementos que habrían servido para la investigación, pero en este caso parecía que las informaciones recogidas hasta ahora no arrojaban ningún dato relevante: un clásico suicidio.
¿Y entonces por qué Grean no lograba convencerse? Había algo en particular o cuanto menos curioso: ¿por qué el profesor se habría quitado la vida y de forma tan extraña?
¿Quizás la técnica de interrogar a al víctima empezaba a mostrar señales de falibilidad?
¿O bien había funcionado una vez más?

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Capitolo 1 – Il dado e la mappa di vetro

Quale sia stata la molla che, scattata, ha fatto cambiare vita a Otar è per me ancora un mistero: sono trascorsi ormai anni dall’ultima volta che lo incontrai, quando mi confidò che non ci saremmo più rivisti. Credevo comunque che avrei sempre avuto la possibilità di parlargli, magari anche solo per scambiarci gli auguri di Natale. Invece quando lo salutai, nella hall dell’Intercontinental di Zurigo, dove poche ore prima avevamo concluso un importante affare con il presidente di un’azienda finlandese, fu veramente l’ultima. Certo Otar era e, da ciò che mi scrisse, mi sembrò di capire che fosse ancora uno spirito libero. Da quando aveva interrotto i rapporti con “l’universo industriale” m’ero convinto che avesse comunque continuato a girare il mondo, cosa che prima faceva per lavoro e ora finalmente, pensai, azzardando, ma lo conoscevo troppo bene per sbagliarmi, quello che se fosse stato davanti a me m’avrebbe detto. Credetti d’essere rimasto l’unico, delle persone che frequentava per lavoro, ad avere ancora contatti con lui.

Della sua famiglia gli restava una sorella che sentii qualche volta, e sempre perché chiamavo io, la quale mi parve non voler interessarsi più di tanto di Otar, presa com’era con suo marito molto più nella coltivazione di agrumi della sua azienda di Jaffa, in Israele, piuttosto che nel mantenimento dei rapporti con i propri parenti.

Non nascondo che a volte pensai che Otar Irch non fosse neppure il suo vero nome. Per affari tornai varie volte a Tel Aviv, e ogni volta andavo sulla Hagana Road dove aveva il suo ufficio, sperando di trovarlo lì ad accogliermi e a propormi chissà quale avventura, o a spiegarmi che era un’agente segreto del Mossad o non so che altro ancora. Invece i locali erano sempre disabitati e anzi erano poi stati posti in vendita e acquistati quasi immediatamente da un’azienda che non si era fatta scappare l’occasione di quella posizione strategica posta a metà strada fra il centro della città e l’aeroporto Ben Gourion. Restava la casa di famiglia, quella occupata dal padre fino alla sua morte, avvenuta ormai da tempo, ora disabitata e considerata da Otar una sorta di mausoleo in cui aveva raccolto gli oggetti di una vita intera, anzi di due, visto che conteneva anche quelli di suo padre. Otar provvedeva al mantenimento economico dell’abitazione. Dei puri aspetti pratici, invece, si occupava Edna, sua sorella. La parente più prossima che gli restava.

Insomma Otar pareva proprio non esistere più.

Poi, dopo molto tempo, mi era arrivato un messaggio di posta elettronica, speditomi in automatico tramite un software che egli stesso mi aveva pregato di realizzare. Questo particolare sistema d’invio, così come lo avevo concepito – per lavoro realizzo programmi per computer -, mi aveva ulteriormente confermato che Otar non era più in grado, o non voleva più accedere al proprio computer, ammesso che se lo fosse portato o ne avesse uno a disposizione, nel posto dove viveva ora. Gli anni erano passati, e il suo ricordo, com’è ovvio per le persone care, non era scomparso. Si era soltanto appena spostato, “dietro” ai pensieri di tutti i giorni, che per la loro effimera natura sono niente al confronto dei grandi ricordi.

Infatti, quando ricevetti la lettera, tutto tornò inevitabilmente come prima.

Otar fu di nuovo Otar e io compresi o meglio, ebbi la conferma, di quanto fosse incalcolabile il valore di un’amicizia.

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Una vita, un giorno – L’incantesimo dell’ultima fata
(“Primavera” – Marina Rei)

Entusiasmo, appena le proposi l’idea: gita al mare.
Certo poco, un giorno appena, ma nostro, in cui potevamo sentirci una sola cosa.
Quando gliene parlai la vidi illuminarsi, sembrava una bambina eccitata da una novità sconosciuta ma intuita piacevole.

Quel sabato poi arrivò.
Stranamente, l’autostrada dei fiori non era la perenne processione di vetture incolonnate la cui velocità faceva rimpiangere a tutti la mancata scelta di un altro mezzo, quale che fosse ma certo non a quattro ruote.
L’auto sfrecciava sui viadotti illuminati da un sole tiepido ma già luminosissimo. Lei, come un fiume in piena mi parlava alternando silenzi improvvisi e brevi, durante i quali con lo sguardo seguiva lo scenario in movimento al di là del vetro. La radio, complice, sembrava essere lei sintonizzata su di noi, infatti con perfetta intesa proponeva parole e musiche che ben si adattavano al nostro stato d’animo.
Quando iniziammo a vedere il mare, la luce del sole riverberava sulle pareti bianche delle montagne illuminando i nostri visi e costringendoci a indossare occhiali da sole.
La osservai e mi ricordò una diva del cinema anni 60’.
I suoi Ray-Ban neri facevano risaltare in modo spettacolare il biondo dei suoi capelli. Il viso rosa, dalle gote sode, era il giusto complemento di un’immagine da ricordare, una cartolina da spedirsi, una bella cosa da vedere.
Se ne stava quasi sdraiata sul sedile dell’auto, ma con una postura che le donava un’aria chic. Le gambe unite, avvolte in blue-jeans bianchi, con le ginocchia rivolte verso me e i piedi verso la sua portiera, disegnavano una “zeta” di tessuto, reso morbido dalle giuste proporzioni del suo corpo che in essi era contenuto.
Era così distante dal suo solito. Di tanto in tanto sentivo la sua mano carezzarmi la gamba, distoglievo per un istante lo sguardo dalla strada, osservandola intuivo chiaramente anche senza vederli, che i suoi occhi chiari mi sorridevano felici. Poi la scaletta musicale propose un brano che la scatenò. In effetti, sembrava proprio fosse stata scelta per noi due.
La melodia era proprio la rappresentazione di come ci sentivamo. Entrambi conoscevamo il ritornello e quindi lo intonammo mentre percorrevamo il litorale in cerca di un parcheggio. La canzone finì prima di aver trovato il posto per l’auto e il nostro silenzio che ne seguì stonava con tutti gli ingredienti che la giornata dimostrava di avere.
Poco dopo notai un negozio sulla destra, salii su un passo carraio attivando le doppie frecce. Mi guardò stupita e disse:
«Perché ci fermiamo qui?»

Scesi dall’auto, chiusi la portiera e attraverso il finestrino abbassato, con tono grave e teatrale, dissi serio: «Devo prendere una cosa della quale non possiamo fare assolutamente a meno.»
Prima che mi chiedesse spiegazioni le lanciai un bacio appoggiando l’indice sulle mie labbra, dirigendolo poi verso lei.
Entrai nel negozio di musica uscendone quasi subito con il CD che ritenevo così importante.
Fortunatamente nessuno aveva avuto bisogno del passaggio occupato abusivamente dalla mia auto quindi scartai subito il CD, presi il disco lo inserii nel lettore e scelsi la traccia giusta.
Mentre il raggio laser si posizionava, avvicinai il suo viso al mio, prendendolo fra le mani, volevo solo guardarla da vicino per dirle chissà quale fesseria sul mio comportamento, lei invece si avvicinò di più e mi baciò non prima di avermi detto: «Tu sei tutto matto!»

Le prime note si diffusero nell’auto.
Le sue labbra ancora appoggiate alle mie sussultarono, accennando un sorriso:
«Mi piace tanto questa canzone, sai? Mi ricorda… noi.»
Ora potevamo cercare il nostro parcheggio e riprendere a cantare insieme, sapendo che quella canzone sarebbe stata sempre con noi. Poi anche lei finse un atteggiamento serio, scostando il suo volto dal mio in modo da potermi osservare meglio e mi disse ancora:
«Tu sei matto. Ma ti voglio bene lo stesso.»

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Ecco la versione a fumetti, sempre del capitolo “Una vita, un giorno” de “L’incantesimo dell’ultima fata“. Buon divertimento:

 

 


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I – Ritratto di famiglia

ARC Moffet Field, California – 6 dicembre 1958

NASA, Ames Research Center

James Van Allen era l’unico soddisfatto. Pioneer 3, nonostante l’insuccesso verso il quale indifferente correva, un risultato l’aveva ottenuto. L’idea che Van Allen si era fatto, grazie anche alle precedenti sonde, ora diventava concreta. Tutto era confermato. Sfrecciando verso la Luna, Pioneer 3 aveva inviato quei dati, quelle informazioni che Van Allen attendeva. Intorno alla Terra, il pianeta Terra, si distendevano due fasce di radiazioni*. Fino a quel sei dicembre una sola fascia era ritenuta la più logica e l’unica, peraltro, corrispondente ai dati che la neonata NASA fino a quel giorno disponeva.

Pioneer 3 rivoluzionava quell’assunto. Van Allen l’aveva intuito già da tempo ma, per convincere, sapeva che sarebbero serviti fatti e non più formule matematiche e ardite teorie. Ora però era tutto nero su bianco. La seconda fascia di radiazioni si estendeva a partire da un’altezza di 100 chilometri e si protendeva verso lo spazio per migliaia di chilometri.

Pioneer 3 aveva trasmesso una miriade di dati telemetrici suffragando ogni intuizione dello scienziato; la sua eccitazione però strideva con le facce lunghe dei tecnici responsabili della sonda, che non aveva eseguito alla lettera un semplice comando inviatole dalla base terrestre. I motori che avrebbero dovuto fornire la spinta necessaria a far sì che la sonda raggiungesse la velocità di fuga dalla Terra, in modo che, come previsto, oltrepassasse la Luna per poi entrare in un’orbita eliocentrica, si erano inaspettatamente spenti quattro secondi prima. Un’inezia. Eppure quella spinta mancata, non solo faceva perdere l’obiettivo della missione, porre Pioneer 3 in orbita intorno al Sole ma, irrimediabilmente, destinava la sonda a un rientro forzato, senza controllo, verso la Terra. L’impatto con l’atmosfera l’avrebbe distrutta, bruciata, disintegrata.

Qualcuno a Moffet Field stava già prodigandosi per addolcire la pillola. Alla Casa Bianca attendevano risultati. Non si poteva sopportare che i russi riuscissero dove la grande America tentennava. Il presidente Eisenhower ci teneva molto. Forse per una sorta di campanilismo o forse perché, semplicemente, gli piaceva vincere.

Lui, da ex militare, riteneva che solo i suoi colleghi, ancora in servizio, rappresentassero la parte buona, efficiente e invincibile di una federazione da poco uscita da una guerra vinta, ma che era costata parecchio, sia in termini di denari e sia in termini di uomini. Ecco perché, non a caso, i vettori di lancio e tutto il corollario di tecnici per la gestione delle missioni spaziali erano di competenza d’una branca dell’esercito l’ABMA (Army Ballistic Missile Agency). L’energia atomica aveva posto la parola fine al conflitto e riaffermato la potenza americana a livello planetario ma ora, sullo scenario internazionale, la vetrina era lo spazio. E attori principali parevano essere i russi.

Semplicemente inaccettabile.

Eisenhower, al suo secondo mandato presidenziale, aveva ammorbidito un po’ il proprio modo di governare. Ormai s’era convinto, anzi rassegnato, che gli USA non erano la sua caserma. Ma in lui resistevano ancora sacche d’orgoglio inglobate in modi di ragionare più adatti ai colonnelli che ai senatori. Questo a Moffet Field era ben chiaro ed era altrettanto lampante che il presidente non si sarebbe accontentato d’una semplice spiegazione, anche se illustrata e ben motivata. Sarebbero comunque saltate delle teste.

Alle venti in punto, ora di Greenwich, del 7 dicembre 1958, Pioneer 3 precipitò verso il pianeta dove era nata, che l’aveva lanciata e che non avrebbe mai più dovuto raggiungere. Durante l’attraversamento dell’atmosfera terrestre la temperatura della sonda passò dai 40°C., tenuti durante tutto il suo volo, a migliaia di gradi superando i 1.800°C. Le leghe metalliche avveniristiche e le plastiche a polimeri che costituivano i sei chilogrammi della sonda fusero e mentre un’aura di gas compressi, il plasma, l’avvolgeva, da terra alcuni guerrieri africani osservavano quel piccolo Sole che basso sull’orizzonte e seguito da una scia di vapore bianchissimo penetrava nella foresta incendiando e recidendo come una lama di stregone le chiome degli alberi di tamarisco e alcuni rami d’acacia. La sonda impattò poi nel terreno penetrandovi per circa cinquanta centimetri.

Alcuni uccelli si levarono in volo, tra strida d’allarme, allontanandosi da quella cosa strana e inaspettata. Joash e suo fratello Kumai quella sera avrebbero avuto qualcosa da raccontare al proprio padre. Forse anche lo sciamano del villaggio, il vecchio Habai, questa volta li avrebbe ascoltati.

I satelliti preposti all’analisi del volo di Pioneer 3 erano stati occhi elettronici puntati sugli ultimi istanti di vita della sonda. Occhi umani invece, nella base di Moffet Field, si erano cercati prima ancora di leggere i tracciati di volo relativi al rientro della sonda.

«Sai dov’è caduta?»

«Stiamo ultimando i calcoli, e sembra già certo che sia finita in Africa più o meno all’altezza del tropico del cancro, e»

«E

«Questa volta siamo stati fortunati: non è in mare.»

Per una volta c’era un barlume di speranza. Si poteva recuperare la sonda, o quel che ne restava. Gli astrofisici dell’ARC e della giovane NASA avrebbero avuto di che soddisfare le proprie curiosità: solitamente i relitti sprofondavano nell’oceano e il loro recupero era semplicemente impensabile, Pioneer 3 invece era ritornata sul pianeta Terra, scegliendo come approdo la foresta del Ciad.

«Molto bene. Avvisa Kenny: voglio quel relitto.»

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Capitolo primo – Sei occhi, tre prospettive, un posto vuoto

 

 

 

 

 

 

Milano, 26 novembre 1981 – ore 10:12

Il suo corpo fu ritrovato da un ragazzo che, facendo jogging, percorreva quella strada alberata. Nella pausa dedicata allo stretching, le transenne sbilenche, a recintare uno scavo che un’altra volta martoriava la città, gli erano sembrate un buon punto d’appoggio. D’acchito gli era parso un ammasso di stracci, senza alcuna possibilità d’interesse ulteriore a quello che già, quella semplice occhiata, gli aveva di fatto dedicato.

Il sudore, copioso fino a quell’istante, era stato il sottofondo d’una energia che colorando di scuro la sua maglietta grigia dimostrava tutto il suo impegno. Nella frazione di quel maledetto istante in cui il cervello aveva correttamente interpretato l’immagine ricevuta, tutto s’era arrestato. Fiato, cuore, rumori e anche le goccioline salate e calde, ora erano in attesa di una smentita.

Smentita che non sarebbe mai potuta arrivare.

Non era stata violentata. Era stata semplicemente uccisa, ma in un modo che ricordava più l’attacco di una belva che quello di un umano. La violenza era stata tale che il medico legale, giunto per i rilievi del caso, non aveva saputo dare nessuna indicazione preliminare sulle cause della morte. Non sapeva se era dovuta allo sfondamento dello sterno con conseguente danneggiamento dei polmoni, oppure alla rottura delle vertebre del collo o ancora all’emorragia provocata dalla profonda ferita, uno squarcio localizzato nella coscia destra e che di certo aveva interessato l’arteria femorale. La forza brutale rivolta verso quella povera ragazza era stata bestiale.

Adesso se ne stava sdraiata e scomposta in quel luogo, come una bambola di pezza travolta da un treno. Le facevano compagnia uomini con guanti e mascherine. Intorno, supporti di cartone giallo con lettere ‘A’, ‘B’, ‘C’ e così via, indicavano cose o punti ritenuti salienti dagli investigatori. Il silenzio artificiale della strada, reso tale da un cordone impenetrabile di polizia, ogni tanto veniva interrotto dal rumore dei clic e dei flash delle macchine fotografiche della Scientifica. L’aria era leggera quella mattina di fine autunno ma l’atmosfera non poteva apparire più pesante e insopportabile. Non si deve morire giovani. E non in quel modo.

«È un brutto spettacolo» L’agente scelto Francesco Merisi non sapeva cosa dire. In quei casi non lo sai mai. E forse lo disse più per sé stesso che per il suo capo, l’ispettore Augusto Maffei, appena lo vide arrivare.

Maffei da lontano aveva intuito dove potesse essere il corpo della ragazza. Era bastato notare l’invisibile cerchio che i tecnici della Scientifica non oltrepassavano mentre, chinati in osservazione, eseguivano il loro difficile lavoro.

Affacciatosi allo scavo l’aveva vista. La ragazza appariva come un ammasso di tessuti, un agglomerato di indumenti dimenticato. Avvicinandosi di più, Maffei aveva notato una mano della vittima, un punto rosa, delicato, che stonava in quel quadro astratto che purtroppo diventava un’altra immagine da aggiungere alla sua personale pinacoteca degli orrori.

Senza avvicinarsi troppo, non era ancora il momento, con uno sguardo invitò Merisi a comunicargli tutto quanto avesse avuto modo di sapere. Merisi pareva recitare un copione mandato giù a memoria ma che avrebbe volentieri vomitato da qualche parte per liberarsi dallo schifo di quella consapevolezza: gli uomini possono essere molto cattivi e spesso lo sono per motivazioni incomprensibili, aliene ai più. Ma Francesco Merisi sapeva altrettanto bene che il destino e la voglia di giustizia avevano scelto proprio lui, insieme a tanti altri poliziotti, per manifestarsi e in qualche modo riscattare le anime, le storie e la dignità di coloro che costituivano la parte più tragica, difficile e dolorosa del suo lavoro.

«È una ragazza, sui vent’anni, ben vestita non abbiamo trovato documenti.» Maffei gli lanciò la solita occhiata. Merisi capì al volo: «No, non dovrebbe essere una prostituta. Comunque ho già mandato una polaroid alla ‘buon costume’.»

«Oggetti personali?»

«Se ne è occupato Ganzerli» L’agente Merisi lanciò rapide occhiate a destra e a sinistra.

«Ganz, puoi venire qui? L’ispettore vuole parlarti.» Ganzerli, vice commissario della questura di via Fatebenefratelli sembrò dare alcune disposizioni ai due poliziotti con i quali stava parlando, prima che l’urlo di Merisi lo facesse voltare. Si incamminò poi verso Maffei.

«Ciao, Augusto» scambiati gli stringati convenevoli passò diretto ai fatti, «guarda la ragazza aveva con sé le solite cose da ragazzina: qualche trucco, un accendino Bic e altri oggetti di poco conto, ma non abbiamo trovato sigarette. Purtroppo né negli indumenti né nella borsetta ci sono documenti sarà un po’ più difficile, ma non dispero di risalire presto all’identità. Non abbiamo trovato preservativi quindi io escluderei trattarsi di una puttana.»

Maffei inarcò un sopracciglio e Ganzerli comprese d’aver usato un termine che la bambola di pezza non meritava affatto.

«C’è altro? Bigliettini, o che so… caramelle, soldi, medicine Ganz, qualsiasi cosa possa aiutarmi?»

Ganzerli annuiva.

«Stavo per dirtelo: sette mila lire, due gettoni telefonici, un biglietto del tram e un biglietto per un concerto.»

«Concerto? Quale concerto?»

«Sì un concerto di quel complesso non mi ricordo mai il nome aspetta.» S’allontanò dirigendosi verso un’auto che con il portellone aperto offriva ai poliziotti della Scientifica supporto e attrezzature d’ogni tipo. Poco prima di raggiungere l’automobile, s’arrestò di colpo, come fosse stato folgorato da un’intuizione rivelatrice. Si voltò verso Maffei, e ad alta voce disse: «Pooh, si chiamano Pooh» poi gli indicò con il braccio teso, una direzione verso un muro che recintava e nel contempo, seguiva sinuoso la strada a doppia carreggiata. Un cartellone mezzo strappato mostrava ancora il proprio messaggio.

In alto: “Tour 1981 – Pooh”.

Più sotto si leggeva un incompleto “Palasp” e poi “ilano 25 Nov”.

Tornò sui propri passi con la busta di cellophane in cui era stato riposto il biglietto in questione. Raggiunse nuovamente Maffei.

«Pooh ecco come diavolo si chiamano li conosci no?»

Maffei prese in mano il sacchetto e guardò Ganzerli.

«Il biglietto è integro: non è stato usato e la data risale a ieri Palalido ma non è»

«Sì è quello lì» Ganzerli aveva indicato la costruzione che si trovava sulla destra a circa duecento metri da loro, «la ragazza però a quel concerto non ci è mai andata Ah, e la morte, ho sentito già Briante, dovrebbe essere avvenuta proprio ieri Questo potrebbe aiutarci, no?»

«È un punto di partenza. Non abbiamo altro» Maffei vide che il medico legale, il dottor Briante, stava caricando sulla propria auto le attrezzature. Si congedò brevemente da Ganzerli e si diresse verso il medico.

«Ciao dottore…»

«Buongiorno Augusto brutta storia, sai? Adesso non posso essere molto preciso ma una cosa posso già dirtela: è una belva. Chi ha compiuto questo» indicò il punto in cui la ragazza era stata trovata, «può essere solo e nient’altro che un animale.»

«Uomo o donna?»

«Guarda, inizialmente l’assenza di violenza sessuale mi aveva fatto supporre che poteva anche essere l’opera di una donna ma la brutalità e la forza che sono state inferte su quel giovane corpo me la fanno escludere. Uomo al novantanove per cento.»

L’ispettore s’avvicinò all’agente Merisi: «Francesco, senti se ci sono state segnalazioni di persone scomparse e poi fammi sapere qualcosa di quel concerto.»

«Be’, qualcosa la so anch’io sa? I Pooh sono il mio complesso preferito li conosce anche lei, vero?»

Maffei bofonchiò qualcosa d’indefinito dopo di che l’agente si sentì autorizzato a proseguire: «Sono quelli di “Piccola Katy”» intonò così, «Oh, oh piccola Katy…» S’interruppe immediatamente, accorgendosi in un colpo di quanto quella canzone stridesse nei confronti della ragazza lì per terra e allo stesso modo, come fosse così adatta.

«Sì li conosco Ma visto che l’esperto sei tu trovami qualcosa: che so, un fan club in cui qualcuno potrebbe conoscere la ragazza Ah, e penso che la ricerca potrebbe anche estendersi al di fuori di Milano.» Ripensò a qualche tempo addietro quando con alcuni amici avevano raggiunto Torino per un epico concerto, – unica performance italiana -, degli Yes.

«Se ieri c’era questo concerto» con un cenno della testa indicò verso il Palalido, «qui ci deve essere stata parecchia gente. Qualcuno potrebbe aver visto o sentito qualcosa.»

Merisi annuì, completò la stesura dell’appunto sul blocco note, e si diresse poi, verso la propria FIAT Ritmo.

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Capitolo sessantacinquesimo – Romantic Distopia

Declassato

 

Spazio continentale ЖRus – Mosca:

Palazzo Vostok, unità abitativa 110002, 11 piani sopra

Il sole del mattino, illuminando la parete a specchio del grattacielo, si riverberava moltiplicandosi in decine di riflessi accecanti. Un’invadente macchia di luce, pian piano, s’era già allungata sul letto e ora gli lambiva il viso. A Patrizio piaceva quella sensazione, ecco perché era rimasto sdraiato ad aspettare, nonostante la sveglia avesse cessato di suonare già da un pezzo. L’aveva bloccata con la consapevolezza di chi sa che non si sarebbe riaddormentato. Era bello starsene sdraiato così e si sentiva fortunato: l’assegnazione di quel piccolo e luminosissimo appartamento dell’undicesimo livello del palazzo Vostok, quello orientato a est, gli garantiva proprio quel tipo di spettacolo; probabilmente, se gliene avessero dato uno al ventesimo o al cinquantesimo, l’ultimo, sarebbe stato ancora meglio, tuttavia quel suo scatolino d’acciaio e cristallo gli piaceva e poi, dopo tutti quegli anni passati lì, s’era affezionato e di certo, adesso, non l’avrebbe più cambiato con un altro. Si stirò allungando braccia e gambe, poi, con malavoglia, si mise a sedere sul bordo del letto, i piedi poggiati sui listelli plastici del pavimento. Si voltò a guardare il cuscino stropicciato: la luce era ancora lì, mancava solo lui. Si raddrizzò, dirigendosi subito dopo verso la finestra che dava sulla città. Poggiò le mani contro il vetro: era già caldo, nonostante fossero appena le sette e cinquanta. Guardò giù pensando che quello iniziato così non poteva che essere un bel giorno promettente anche se, forse, l’aver riposato male l’avrebbe obbligato a un inizio di giornata un po’ più faticoso. Era già da qualche tempo che qualcosa non sembrava più funzionare come prima. All’inizio erano state soltanto delle sensazioni, ombre di pensieri che gli transitavano nella mente, scorrendo così veloci che non era mai riuscito ad analizzarne nemmeno uno in maniera un po’ più concreta. Bagliori subito spenti e persi per sempre. Sapeva solo che c’erano stati, tutto qui. Poi, un giorno, la prima consapevolezza: quel mondo non gli piaceva più. Non era stata una considerazione facile da interpretare. Ci aveva provato spesso a capire e ora tutti quei tentativi s’erano trasformati in un pensiero fisso che gli provocava insonnie. Tuttavia non era ancora riuscito a darsi una spiegazione razionale. Quel sistema, quell’organizzazione che gli aveva dato un lavoro, una casa, che gli garantiva una salute invidiabile e che lo teneva lontano da ansie e preoccupazioni, quindi quello che doveva essere soltanto un fantastico mondo, ora, s’era trasformato in qualcosa di pesante e inaccettabile.

Aveva provato a parlarne con qualcuno, ma soltanto con Magellan, e poi anche con Cabot, aveva trovato la sintonia cercata. Con pochi altri, nei casi migliori, il risultato era stato sconfortante: soltanto sguardi apatici e poche sconclusionate parole; la maggior parte dei suoi interlocutori invece, aveva glissato e cambiato discorso in un modo strano come se, all’istante, si fossero dimenticati della domanda fattagli. Ormai s’era convinto: era dovuto a questo curioso comportamento degli altri il suo rimuginare costante e solitario che tanto lo disturbava, provocandogli ansia. Se non avesse conosciuto Magellan tutto sarebbe stato più difficile d’accettare: meno male che almeno lui c’era.

Dalla cucina giunse il segnale sonoro che la colazione era pronta. Anche quell’automatismo, adesso, gli pesava. Pat avrebbe voluto decidere, in completa autonomia, quando e cosa mangiare invece la modernità, oltre a tante altre cose, l’aveva privato anche di quel piccolo piacere che significava una grande cosa: scegliere. Ecco, forse il problema stava tutto lì: non poter decidere cosa mangiare, come vestirsi, che lavoro fare insomma, come vivere… Eppure, sembravano essere davvero pochi quelli che, come lui, s’erano accorti di questa stortura; la moltitudine non pareva farci caso, erano tutti contenti. Ma come potevano esserlo davvero? Avrebbe dovuto parlarne ancora con Magellan.

Intanto però c’era d’affrontare il giorno e il lavoro. Diede un’occhiata all’orologio: era tardi. Si vestì di corsa facendo la spola tra la camera e il bagno. Nell’indossare il maglione s’avvicinò alla cucina. Contorcendosi un po’, riuscì ad allungare una mano verso lo sportello del Samovatic, il suo cuoco personale fatto di plastica e acciaio; l’aprì ed estrasse il vassoio su cui stazionava la tazza di caffè e la ciambella. Poi si sedette davanti al piccolo tavolo: l’automatismo domotico l’aveva già estratto dalla propria sede (a colazione terminata sarebbe nuovamente scomparso dentro la parete).

La giornata iniziò così per Patrizio Cormon, categoria Б2 codice EI270002Д

***

Spazio continentale ЖRus – Viljučinsk:

Torre 4, 91 piani sopra

Nel buio artificiale della stanza, appena rischiarato dalle postazioni olografiche di monitoraggio, l’attività era continua ma, al tempo stesso, assai silenziosa. I volti degli operatori seduti davanti alle immagini fluttuanti, assumevano le stesse colorazioni di ciò che stavano vedendo. I riflessi blu e rossi erano quelli dominanti. Le postazioni seguivano la tonda planimetria della stanza, ecco perché le loro disposizioni erano ad andamento circolare e concentrico. Le cento Stanze di Monitoraggio (SM) della Torre, una per piano, erano divise in quattro spicchi da due grandi corridoi che si intersecavano al centro; a ognuno di quest’ultimi era stato assegnato il nome di un punto cardinale. Ogni stanza, su ogni piano, era l’esatta replica delle altre. Le sette Torri che componevano il villaggio, erano fatte e operavano tutte nello stesso identico modo. In ogni singolo edificio si monitoravano un milione di individui.

Quello era il centro operativo mondiale dell’Unità di Supervisione (US) di Viljučinsk, seimila ottocento chilometri a est di Mosca.

Demetra puntò i piedi, spinse indietro l’ergonomica poltrona e si alzò. Adesso il suo personale orizzonte terminava in un buio crescente e sfumato in direzione delle pareti arcuate di quel regno. Abbandonò il centro della stanza incamminandosi lentamente verso il corridoio Sever-91. Lungo i fianchi le scorrevano le postazioni racchiuse negli spicchi 1 e 4. Di tanto in tanto si soffermava a osservare le immagini che danzavano davanti agli occhi degli operatori. Giunta verso la metà del corridoio, si pose alle spalle di uno di loro. Diede un’annoiata occhiata alle postazioni limitrofe e poi chiese: «Novità?»

L’operatore, continuando a fissare l’ologramma, indicò con un dito un puntino lampeggiante: «È ancora arancione…»

Demetra mise le mani sulle spalle dell’uomo e avvicinò lo sguardo, poi disse: «Senza picchi normali?»

«No signora: è così da ore.» L’operatore premette un pulsante. L’ologramma adesso mostrava, all’interno di un rettangolo, l’immagine di un viso e, appena più sotto, una tabella blu: nelle righe gli andamenti biologici si incrociavano con le colonne delle ore. I dati, scritti con un carattere verde brillante, risaltavano evidenti. Il simbolo Д di declassato lampeggiava. Demetra annuì. «Ormai è il momento di mandargli il recupero: lui, dove si trova adesso?»

L’operatore agì nuovamente sulla tastiera: «A casa, credo però stia per uscire…»

«D’accordo…» Demetra guardò nuovamente l’ologramma, un’occhiata svogliata, poi sollevò le mani dalle spalle dell’uomo e disse: «Bene… Ora però non restartene fisso su questo, eh? Chiudilo, c’è dell’altro lavoro.» Infine si voltò incamminandosi lentamente lungo il corridoio. Dopo qualche metro la sua figura fu inghiottita dal buio della sala. L’operatore digitò qualcosa sulla tastiera e, di fianco all’ologramma, apparve una scritta lampeggiante: “in terminazione”, più sotto dei numeri iniziarono a scandire un conto alla rovescia:

-7, -6, -5

***

Spazio continentale ЖRus – Mosca:

Palazzo Vostok, fuori

“-4”

L’ascensore depositò Patrizio, molto dolcemente, a pian terreno. L’atrio era già piuttosto frenetico. Le porte dei quindici ascensori si aprivano e chiudevano a ritmi incessanti. A ogni viaggio verso il basso il numero delle persone in uscita dal palazzo aumentava. Fuori l’aria era fredda tuttavia il sole alto, intrufolandosi tra i grattacieli, rendeva l’atmosfera in qualche modo già piacevole.

“-3”

Quando Patrizio uscì sulla piazza, udì il sibilo di un Levit-Mag in atterraggio. Istintivamente alzò lo sguardo, ma non lo vide. Evidentemente si trattava di uno dei mezzi pubblici della linea 8, la Kalinin, il cui capolinea era due vie più in là. Valutò se fosse il caso di prenderlo, ma poi si convinse di non disporre dell’umore giusto per restare al chiuso di una macchina: quella mattina c’era un sole…

“-2”

I mezzi di trasporto a levitazione magnetica s’erano diffusi un po’ ovunque. “Rapidi e sicuri” aveva recitato per anni il loro slogan. Incamminandosi tra la gente, che trafelata correva per raggiungere qualche loro fermata, Patrizio rimuginava proprio su quest’aspetto: rapidi per cosa? Per consentire ai passeggeri di andare a chiudersi in qualche ufficio, più velocemente? Per lui non c’erano dubbi: meglio usare le gambe e godersi l’aria. Gli piaceva camminare e poi lui era convinto di un’altra cosa.

“-1”

Attorno gli orbitavano soltanto frequentazioni vuote e sterili. A volte questa particolare solitudine, lo distraeva. Si ritrovava con la mente a girovagare su di un altro mondo, dove parlare, scambiare opinioni ed emozionarsi era normalità. Peccato, davvero peccato che si trattasse soltanto di un sogno.

“0”

Una fitta dolorosa, istantanea e, purtroppo, micidiale colpì Patrizio sul lato sinistro del torace. Istintivamente portò la mano sul petto premendo forte. Fece ancora un passo, ma soltanto per inerzia perché ormai la vita non faceva più parte di lui. Infine cadde, rovinando a terra malamente, tra la gente che si muoveva nel proprio indifferente viavai.

Poi, arrivarono loro.

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1 risposta a Assaggi d’autore

  1. Pippo Di Staso alias Jody scrive:

    Secondo me i personaggi del fumetto sono Eva Kant e Diabolik con due maschere che stanno preparando un colpo in costa azzurra.
    A parte gli scherzi molto bello mi piace l’idea del fumetto, oltretutto ben disegnato! 🙂

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